Caso Rocchi, il dirigente dell’Inter nega al pm: «Mai parlato di designazioni» ma spuntano le prime intercettazioni
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Redazione Sport
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L’inchiesta milanese sul sistema arbitrale – un’indagine che, va ricordato, muove dall’ipotesi di reato di frode sportiva a carico dell’ex designatore Gianluca Rocchi e del responsabile Var Andrea Gervasoni – continua ad allargare il proprio raggio d’azione a figure chiave del mondo del calcio che, pur non essendo formalmente indagate, si trovano al centro degli accertamenti della Procura. L’attenzione degli inquirenti, coordinati dal pm Maurizio Ascione, si è concentrata nelle ultime ore su Giorgio Schenone, l’attuale club referee manager dell’Inter (un ruolo, questo, che ricopre dal lontano 2020 e che lo pone come naturale tramite tra la società nerazzurra e l’universo arbitrale), ascoltato per diverse ore come persona informata sui fatti nell’ambito di un vero e proprio stato di avanzamento delle indagini che ha portato in Procura anche altri due testimoni eccellenti: Dino Tommasi, subentrato a Rocchi come designatore dopo l’autosospensione di quest’ultimo, e Antonio Zappi, ex presidente dell’Aia.
La difesa di Schenone e l'intercettazione che fa tremare l'ambiente
Secondo quanto emerso nel corso di queste deposizioni, il dirigente nerazzurro avrebbe fornito la propria versione dei fatti rispondendo alle domande dei magistrati con una netta presa di distanza dalle accuse che circolano nell’ambiente. A una domanda precisa sulla famosa data del 2 aprile 2025 – coincidente con la stracittadina Milan-Inter a San Siro e indicata nell’invito a comparire di Rocchi come l’occasione in cui sarebbe maturato l’ipotizzato accordo illecito – Schenone avrebbe negato ricostruzioni compromettenti. In particolare, pur riconoscendo i rapporti cordiali con Rocchi (con cui aveva condiviso il terreno di gioco in passato quando entrambi arbitravano), ha giurato di non aver mai discusso di designazioni arbitrali con lui, limitandosi a interloquire solo con la figura deputata dalla Federazione a questi rapporti formali. Tuttavia, i pubblici ministeri gli avrebbero contestato il contenuto di alcune intercettazioni telefoniche risalenti proprio a quella primavera del 2025. In quelle conversazioni, intercettate prima del provvedimento del gip che ha stoppato le captazioni, Rocchi e Gervasoni discutevano animatamente di pressioni ricevute da alcuni club. La frase più pesante, riportata dagli inquirenti, vedeva Rocchi lamentarsi del fatto che “loro” non volessero più vedere un determinato arbitro in campo, con un chiaro riferimento ai desiderata della società interista.
Il nodo delle designazioni “schermate” e le prossime mosse della procura
L’oggetto del contendere, al centro delle oltre tre ore di interrogatorio, riguarda le presunte manovre per orientare due specifiche scelte arbitrali nella fase calda della stagione 2024-2025: da un lato la volontà di “schermare” l’arbitro Daniele Doveri, ovvero indirizzarlo a dirigere la semifinale di ritorno di Coppa Italia del 23 aprile per evitare che arbitrasse partite più delicate per la lotta scudetto in campionato; dall’altro l’insistenza per avere il “gradito” Andrea Colombo sulla gara Bologna-Inter del 20 aprile. E se da una parte l’ex designatore Rocchi ha scelto la strada del silenzio avvalendosi della facoltà di non rispondere, dall’altra gli inquirenti non hanno alcuna intenzione di fermarsi qui. Oltre ai tre testimoni ascoltati in questa tornata (Schenone, Tommasi e Zappi), nei prossimi giorni sono attese nuove convocazioni che potrebbero coinvolgere altre figure dirigenziali delle società, nell’ambito di un filone investigativo che tenta di fare luce sulla sottile linea di confine tra la legittima manifestazione di malumore di un club e l’illecito condizionamento delle scelte tecniche.
Le figure istituzionali nel mirino tra audizioni e bussate al Var
Parallelamente alle indagini sulle designazioni “pilotate”, il pm Ascione sta proseguendo senza sosta l’esame degli atti relativi alla gestione della sala Var di Lissone, che resta un altro dei fronti caldi dell’inchiesta. L’audizione di Tommasi e Zappi, d’altronde, si è concentrata anche su questo aspetto, ovvero sulle dinamiche relative a presunte pressioni – quelle che gli investigatori definiscono “bussate” – che sarebbero state esercitate per influenzare le decisioni dei varisti in corso di gara. A contribuire al mosaico investigativo, nella stessa settimana sono state ascoltate anche altre due figure chiave del sistema, Riccardo Pinzani (oggi delegato Lazio e in passato raccordo tra Figc e club) e Andrea Butti (responsabile Competizioni della Lega Serie A), i cui nomi erano emersi anch’essi dalle intercettazioni ambientali. Le loro deposizioni – unite a quella di Schenone – servono a riempire di contenuto fattuale l’ipotesi accusatoria, dato che la frode sportiva presuppone l’esistenza di un atto fraudolento che, al momento, non avrebbe ancora trovato riscontro in tracce di denaro o vantaggi materiali espliciti. Il risultato di questo puzzle, insomma, dipenderà tutto dalla capacità dei magistrati di trasformare quei riferimenti a interlocutori rimasti anonimi nelle intercettazioni – “vogliono così”, “loro non lo vogliono” – in testimonianze coerenti e riscontrabili.




