Luciana Littizzetto, il ricovero e la rivelazione: «In ospedale, circondata da affetti, ho sentito la mancanza di un compagno»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Un anno fa, il Corpo ha deciso di fermarsi. Una pancreatite acuta, del resto, non chiede il permesso a nessuno, tantomeno a una comica abituata a governare la scena con il tempismo di una macchina da guerra. Per Luciana Littizzetto, quella degenza improvvisa – raccontata ora a cuore aperto al Corriere della Sera – è stata molto più di una crisi clinica: è stato il momento in cui la maschera dell’ironia, per quanto affilata, ha incontrato il muro della carne. «Ho avuto tante persone intorno a me», ammette, citando in particolare la vicinanza del figlio che ha voluto dormire accanto a lei in stanza d’ospedale. Eppure, è proprio lì, tra flebo e lenzuola stirate, che è emersa una verità scomoda: quella compagnia, per quanto amorevole, non colmava un vuoto specifico. «In quei momenti ti manca un compagno, quell’intimità che ti permette di piangere, di dire: ho paura». Non si tratta, quindi, della solitudine anagrafica, bensì di una solitudine emotiva: l’assenza di un testimone unico, capace di assorbire la fragilità senza bisogno di spiegarne i contorni. È una confessione che pesa, questa, perché arriva da una donna che ha fatto della sua singolarità un cavallo di battaglia e della sua indipendenza una bandiera. Ma l’infermeria, si sa, è il grande livellatore di ogni certezza sociale.

La nebbia dei 72 sintomi e la realtà delle «queenager»

Parallelamente al racconto della malattia, la Littizzetto scende in trincea su un altro fronte, altrettanto intimo e storicamente rimosso: la menopausa. In un’epoca in cui star come Gwyneth Paltrow hanno trasformato il cambiamento ormonale in un business editoriale, la comica torinese ci mette la faccia – e la sua caratteristica verve – per descrivere il più noioso dei 72 sintomi elencati. «La brain fog, la nebbia mentale», spiega con un paradosso perfetto: «ricordi a memoria "La nebbia agli irti colli" nella versione di Carducci e di Fiorello, ma non dove hai parcheggiato l’auto». È un cortocircuito cognitivo che frantuma la routine, e che lei restituisce senza la retorica della rinascita, ma con la precisione di chi vive l’assurdo sulla propria pelle. Questo tema diventa il cuore pulsante del suo primo romanzo, «Il tempo del la la la» (Mondadori), in libreria proprio dal 21 aprile. L’opera mette in scena tre amiche – Lola, Maura e Ida – definite dall’autrice come «queenager»: un incrocio linguistico tra "queen" e "teenager" che rivendica una vitalità fuori dagli schemi, perché «i giochi non sono ancora fatti» e lo spazio per cambiare esiste eccome, anche quando l’orologio biologico sembra aver accelerato i tempi. Non è un caso, del resto, che la scrittrice abbia definito questo romanzo come la «terza impresa» della sua vita, subito dopo la carriera d’attrice e la scelta dell’affido.

La famiglia fatta di scelte, legami e burocrazia

Se l’assenza di un compagno pesa nella sofferenza, la presenza dei figli rappresenta invece l’ancora di salvezza più solida. E anche in questo caso, il racconto di Luciana Littizzetto sfugge ai luoghi comuni della famiglia tradizionale. I due ragazzi, arrivati in affido quando erano ancora bambini (lei di 11 anni, lui di 9), sono ormai adulti: lei lavora come social media manager, lui nel campo delle produzioni cinematografiche. Ma il dettaglio che più colpisce, nella lunga intervista, è il rituale affettivo che li lega. «Per loro resto "Lu"», svela la comica, smentendo chi immaginava un rapporto classico di maternità declinato al passato. Eppure, c’è un gesto che supera la semantica dei nomi: entrambi hanno espresso la volontà di assumere il suo cognome. «Stiamo aspettando che la burocrazia faccia il suo corso», commenta lei, con quel misto di rassegnazione e tenerezza che contraddistingue chi ha imparato che l’amore, a volte, deve solo fare i conti con gli uffici comunali e le lungaggini amministrative. È una famiglia che si ricompone per scelta, non per sangue, e che vive la sua normalità proprio nelle sue specificità.

L’autocritica, i rimpianti e il che cambia

L’operazione di sincerità messa in campo dalla Littizzetto non risparmia neppure il piano professionale e i suoi eccessi. Interrogata sui "mea culpa" del suo passato da comica, ne emerge uno su tutti: la battuta sulla gravidanza di Carmen Russo. Un momento che lei stessa definisce come un di più, una di quelle volte in cui «ho esagerato» e per cui ha sentito il bisogno di chiedere scusa, riconoscendo il dolore arrecato. Questa capacità di retrospettiva critica si innesta perfettamente con la riflessione sul che cambia, un corpo che la pancreatite ha ridotto a «spaghetto scotto» (come aveva già raccontato in precedenza a Vanity Fair), ma che la menopausa continua a modellare con muscoli che si afflosciano e ossa che si svuotano. Tuttavia, lontana dallo spirito lamentoso, la narrazione della showgirl si fa specchio di una generazione: quella delle donne che non intendono abbassare la cresta, ma che hanno imparato a conoscere il prezzo esatto della loro energia. Non cè nostalgia, in queste parole, né ansia da prestazione: c’è la cronaca lucida di una resistenza quotidiana, fatta di ricordi sbagliati, parcheggi d’auto introvabili e la consapevolezza che la solitudine, a volte, fa più rumore di una risata in sala.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.