Blackout in Spagna, l’incertezza sulle cause e il dibattito sulle rinnovabili

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A due giorni dall’interruzione di corrente che ha paralizzato la Spagna e il Portogallo, le ipotesi sulle cause restano frammentarie, mentre il governo di Madrid cerca di contenere le polemiche. Il ministro dell’Economia, Carlos Cuerpo, ha quantificato in 800 milioni di euro il danno massimo provocato dal blackout, ma le indagini – come spesso accade in casi del genere – potrebbero richiedere mesi prima di offrire risposte definitive. Intanto, il premier Pedro Sanchez ha annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta, escludendo fin da subito alcune teorie, come quella di un attacco informatico o di condizioni meteorologiche eccezionali.

Quello che invece è già scoppiato è il conflitto politico. Le destre, in Spagna come in Italia, hanno puntato il dito contro l’eccessiva dipendenza dalle energie rinnovabili, colpevoli, a loro dire, di aver reso la rete instabile. Sanchez ha respinto con durezza queste critiche, definendole “frutto d’ignoranza”, e ha sottolineato come il sistema spagnolo sia abituato a gestire grandi volumi di produzione da fonti verdi. Ma al di là delle strumentalizzazioni, resta un dato: la Penisola iberica, nonostante i progressi nella transizione energetica, mostra vulnerabilità strutturali che emergono in situazioni di stress.

Se l’Italia, che pure condivide con la Spagna una quota significativa di rinnovabili nel mix energetico, non ha subito conseguenze, è anche grazie a contromisure adottate negli anni, come l’implementazione di sistemi di bilanciamento più flessibili e una maggiore diversificazione delle fonti. Ma il caso spagnolo, al di là delle semplificazioni ideologiche, riapre il dibattito su come garantire stabilità in un sistema sempre più decentralizzato e soggetto a fluttuazioni.

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