Patty Pravo a Verissimo: “I miei outfit erano fatti da Gianni Versace. Ornella Vanoni? Mi manca la sua intelligenza”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Ha attraversato sessant’anni di musica italiana mantenendo intatta quell’aura di mistero e quel fascino ribelle che l’hanno resa un’icona, e Patty Pravo, ospite nel salotto di Silvia Toffanin a Verissimo, non ha deluso le aspettative di chi cerca nell’artista veneziana, all’anagrafe Nicoletta Strambelli, la sostanza di un racconto autentico e privo di filtri. La puntata in onda oggi, domenica 15 marzo su Canale 5, si preannuncia come un viaggio attraverso i decenni e le memorie di una diva che ha sempre fatto della libertà personale la sua cifra stilistica, sia sul palco che nella vita privata, e le sue dichiarazioni, anticipate in parte dai media, offrono già spunti di riflessione profondi sul suo rapporto con il passato e con i colleghi di una vita. La cantante, reduce dall’undicesima partecipazione al Festival di Sanremo con il brano Opera, ha voluto sottolineare come la sua presenza all’Ariston non fosse dettata da spirito di competizione, quanto piuttosto dal desiderio di presentare al pubblico un pezzo che sente profondamente suo, scritto da Giovanni Caccamo e pensato come un inno all’unicità di ciascuno, e il calore ricevuto, a suo dire, è stato semplicemente stupendo.
Il sodalizio con Versace e il rimpianto per un’amica
Nel ripercorrere le tappe di una carriera costellata di successi e trasformazioni, Patty Pravo ha voluto rendere omaggio a chi ha contribuito a costruire anche visivamente la sua leggenda, e il pensiero è andato inevitabilmente a Gianni Versace, lo stilista che negli anni Ottanta ne ha firmato alcuni degli abiti di scena più memorabili. “I miei outfit erano fatti da Gianni Versace”, ha ricordato la cantante con la naturalezza di chi ha frequentato i grandi della moda e della musica senza mai esserne sopraffatta, citando probabilmente quel celebre abito in tessuto metallico, una maglia speciale chiamata oroton, che lo stilista calabrese creò per lei in occasione del Festival di Sanremo del 1984, quando portò sul palco Per una bambola e si aggiudicò il Premio della Critica. Un pezzo di storia, quello donato poi dall’artista alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti, che testimonia un’epoca in cui la musica leggera italiana sapeva dialogare con l’alta moda in modo quasi naturale, e che oggi, nelle parole della Pravo, assume i contorni di un ricordo affettuoso e nitido.
Accanto ai ricordi legati agli oggetti e ai vestiti, però, c’è spazio anche per le persone, per quelle assenze che pesano nel cuore di chi resta. E così, nel flusso dei pensieri della cantante, emerge il nome di Ornella Vanoni, un’altra signora della canzone italiana con cui ha condiviso palchi e decenni di carriera, e la frase è di quelle che lasciano il segno: “Ornella Vanoni? Mi manca la sua intelligenza”. Non un generico appunto sulla simpatia o sulla bravura, ma un’ammissione profonda, quasi intima, che dice molto di cosa Patty Pravo cerchi e abbia sempre cercato nei rapporti umani, ovvero quella scintilla di pensiero, quella complessità di sguardo sul mondo che rende l’incontro con l’altro qualcosa di più di una semplice frequentazione mondana. Le due artiste, del resto, rappresentano due modi diversi ma ugualmente autentici di interpretare la femminilità e l’arte sulla scena, e la mancanza espressa dalla Pravo suona come il tributo più sincero che una collega possa fare a un’altra.
Scelte di vita e assenze: il prezzo della libertà
La conversazione con Silvia Toffanin, inevitabilmente, ha toccato anche i lati più privati e meno convenzionali della vita di Patty Pravo, che non ha mai nascosto le sue scelte coraggiose e talvolta controcorrente, pagate, come ha ammesso lei stessa, a caro prezzo. “Ho pagato le mie scelte, per me erano perfette”, ha dichiarato l’artista riassumendo in una frase un’intera esistenza vissuta senza compromessi, dagli amori tempestosi e talvolta plurimi – si è parlato anche di trigamia negli anni Ottanta – fino ai rapporti con il denaro e con la sua stessa famiglia d’origine. Un’esistenza che ha conosciuto anche momenti bui, come l’arresto nel 1992 per possesso di hashish e i tre giorni trascorsi nel carcere di Rebibbia, esperienze che la cantante ha sempre raccontato con una certa disinvoltura, senza vittimismi ma anche senza mai nascondere il disprezzo per sostanze ben più pesanti, come la cocaina, che ha definito dannosa e inutile.
In questo fluire di ricordi e confessioni, emerge anche la figura del nipote, un ragazzo che ha scelto di andarsene, creando un vuoto che la Pravo non prova nemmeno a celare. È un accenno fugace ma carico di significato, che apre uno squarcio sulla solitudine che a volte accompagna le esistenze troppo piene di palcoscenico e di applausi, dove i riflettori, quando si spengono, lasciano spazio a silenzi più difficili da colmare. La cantante, però, non si abbandona al compianto e non cerca facili consolazioni, mantenendo invece la schiena dritta e quello sguardo fiero che l’hanno sempre accompagnata, quasi a voler dimostrare che la libertà, quella vera, ha un prezzo e lei è sempre stata disposta a pagarlo, senza rimpianti e senza voltarsi indietro più del necessario, come quando ricorda con un sorriso gli esordi al Piper Club di Roma e l’incontro con il manager Alberigo Crocetta, che le chiese se sapesse cantare bene come ballava, dando così il via a tutto.




