Springsteen a San Siro, l’addio che sa di eternità
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
“See me in your dreams”, si legge sugli spalti del Meazza, dove migliaia di fan hanno trasformato il secondo e terzo anello in un mosaico di emozioni. È il saluto a Bruce Springsteen, che torna a Milano per il suo nono concerto in quarant’anni, forse l’ultimo in questo stadio destinato a essere abbattuto, mentre Inter e Milan trattano da tempo con il Comune per un impianto più moderno. Quando il Boss vede la coreografia, organizzata dai ragazzi di Our love is real, si ferma: “Only in San Siro”, dice, come a riconoscere che certi miracoli accadono solo qui.
La serata del 3 luglio, ultima tappa del tour Land of hope and dreams, è stata un viaggio di tre ore tra romanticismo e politica, tra canzoni che parlano di libertà e attacchi verbali al governo di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti. Springsteen, in camicia bianca e cravatta nera a pois, ha iniziato alle 20.02, in un orario palindromo che sembrava un segno del destino. La sua energia, nonostante gli anni, è stata travolgente: ha trascinato la E Street Band attraverso un repertorio che ha spaziato dai classici agli inni più recenti, dimostrando che il rock, quando è vissuto e non solo suonato, non conosce età.
Quella di San Siro non è stata solo una performance, ma un’esperienza collettiva. Le note di Thunder Road e Born to Run hanno riempito lo stadio, mentre The River ha portato con sé il peso del tempo che passa, disordinato e imprevedibile, come le mareggiate dei surfisti di Un mercoledì da leoni. Springsteen, da narratore instancabile, ha trasformato ogni brano in una storia, mescolando speranza e disillusioni, sogni e realtà.




