Bruxelles riscrive le regole per l'allargamento, nuovi membri senza diritto di veto
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Redazione Esteri
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A Bruxelles, dove oggi si discute del futuro assetto dell'Unione, è tornato con forza quel lessico della serietà che, dopo anni di promesse spesso disattese, non garantisce più un ingresso automatico a chi bussa alle sue porte ma pretende, al contrario, prove concrete, risultati tangibili e garanzie stringenti. "I futuri trattati di adesione dovranno contenere garanzie più forti, pur mantenendo il principio fondamentale di uguaglianza", ha scandito la commissaria Marta Kos davanti alla commissione Afet del Parlamento europeo, una dichiarazione che, nel suo apparente bilanciamento, segna in realtà un profondo cambio di passo negoziale. Gli euroburocrati, i quali intendono accelerare l'ingresso dei nove candidati nonostante le loro pagelle siano tutt'altro che lusinghiere, per scongiurare la paralisi decisionale del Moloch comunitario stanno valutando di accoglierli come Stati di serie B, privandoli di quel diritto di veto che è stato finora il fondamento della sovranità condivisa.
La frustrazione dei candidati e un obiettivo temporale
La lunga attesa, che il primo ministro albanese Edi Rama non ha esitato a paragonare a "Aspettando Godot", riflette il sentimento di frustrazione che serpeggia in diverse capitali dei Paesi in lista d'ingresso, dall'Albania alla Bosnia-Erzegovina, dalla Georgia alla Macedonia del Nord, fino a Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia e Ucraina. È in questo contesto che il capo della politica estera dell'UE, Kaja Kallas, presentando il pacchetto di allargamento per il 2025, ha provato a tracciare un orizzonte temporale più definito, indicando il 2030 come "obiettivo realistico" per l'adesione di Albania, Moldavia, Ucraina e Montenegro, definendo l'allargamento un "investimento in un'Europa stabile" e sottolineando come "la finestra per l'allargamento sia molto aperta".
Il caso Ucraina e i nodi irrisolti
Proprio l'Ucraina, nonostante il conflitto che la sta lacerando, costituisce un esempio emblematico di questa nuova fase, avendo compiuto, secondo il rapporto della Commissione europea, "notevoli progressi sul terreno delle riforme" necessarie per allinearsi agli standard comunitari. Tali progressi, per quanto significativi, non bastano a oscurare quelle che Bruxelles definisce, con un'efficace sintesi burocratica, "tendenze negative che devono essere invertite", riferendosi in particolare alla lotta alla corruzione e alla tutela dei diritti fondamentali, settori in cui gli sforzi di Kiev appaiono ancora insufficienti e che rappresentano un nodo cruciale da sciogliere.
La riforma come condizione necessaria
La proposta di Bruxelles, che mira a una graduale integrazione dei candidati attraverso un sistema di fasi successive, sembra dunque voler scindere il processo di adesione dalla riforma paralizzante dell'unanimità in seno al Consiglio, un meccanismo che, com'è noto, ha più volte bloccato decisioni cruciali. L'idea di fondo, che alcuni giudicano pragmatica e altri percepiscono come discriminatoria, è quella di permettere ai nuovi arrivati di partecipare alle istituzioni europee senza però disporre inizialmente di quello strumento di potere che è il veto, il quale rimarrebbe una prerogativa degli Stati membri fondatori e di quelli già consolidati all'interno dell'Unione, in attesa che anche i nuovi aderenti completino un percorso di piena conformità.




