Investire nei giovani, l'allarme di Bankitalia: la fuga dei cervelli costa caro al paese
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Redazione Interno
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In un paese che invecchia rapidamente, dove l'istruzione riceve una quota del Pil inferiore al 4 per cento, “il livello più basso tra le principali economie dell’area dell’euro”, l'invito a investire sul capitale umano assume i toni di un'urgente necessità. Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, intervenendo all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Messina, ha infatti posto l'accento su una ferita strutturale che non accenna a rimarginarsi, ovvero la continua emigrazione dei giovani laureati verso l'estero. Un fenomeno che, al di là del dibattito politico, si traduce in un dato economico incontrovertibile: un neo laureato tedesco, una volta inseritosi nel mercato del lavoro, arriva a guadagnare fino all'80 per cento in più rispetto a un suo collega italiano, una forbice salariale che spiega, più di molte analisi, le motivazioni profonde di un esodo che priva il paese di risorse preziose.
Università, motore spento dello sviluppo
La questione, come ha sottolineato il governatore, non si limita alla pur grave "fuga" di competenze, ma investe anche la scarsissima capacità del sistema paese di attrarre studenti stranieri e immigrati laureati, i quali potrebbero contribuire a colmare quel vuoto. A fronte di una media nazionale di iscritti internazionali che non raggiunge il 5 per cento, l'esempio dell'ateneo di Messina, dove la percentuale tocca il 10, dimostra che percorsi virtuosi sono possibili, sebbene restino isolati in un panorama nazionale che sconta un ritardo evidente rispetto a Germania e Francia, dove le quote superano il 10 per cento, e ancor più al Regno Unito, dove si arriva al 23. È proprio l'Università, cuore del discorso di Panetta, a essere chiamata in causa come leva decisiva “per affrontare le sfide del futuro”, un ruolo che però richiede investimenti consistenti e una visione strategica di lungo periodo, attualmente assenti.
Una fragilità strutturale fotografata dai dati
L'allarme lanciato dal governatore, del resto, non costituisce una novità per gli osservatori più attenti del tessuto economico e produttivo, i quali da anni segnalano la stessa fragilità strutturale. La formalizzazione in sede istituzionale di questa criticità, infatti, non fa che confermare una tendenza ben radicata, che vede le imprese italiane fare i conti con un mercato del lavoro sempre più impoverito di talenti e qualifiche elevate. Il basso livello di remunerazione dei laureati, unito alla cronica carenza di fondi per la ricerca e l'innovazione, crea un circolo vizioso che allontana le nuove generazioni, le quali, una volta formate, cercano altrove opportunità di realizzazione professionale ed economica che il proprio paese non è in grado di offrire.
Il trattamento dei giovani come variabile economica
Le riflessioni sollevate dall'intervento di Panetta hanno anche il merito di portare il discorso su un piano concreto, spogliandolo di retorica. Il trattamento riservato ai giovani, e più in generale a chi proviene dall'estero con competenze elevate, viene infatti analizzato come una vera e propria variabile macroeconomica, un fattore che incide direttamente sulla crescita e sulla competitività nazionale. Quando le risorse umane più formate vengono sistematicamente sottovalutate e non adeguatamente compensate, il risultato è un depauperamento progressivo delle capacità di un intero sistema, che finisce per pagare un prezzo molto alto in termini di dinamismo e sviluppo futuro, senza riuscire a invertire una rotta che appare ormai consolidata.




