Iran, Khamenei attacca Trump e le proteste proseguono tra scontri e oscuramento della rete
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Redazione Esteri
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Da dodici giorni, le strade di diverse città iraniane sono teatro di manifestazioni, inizialmente legate alle difficoltà economiche, che hanno assunto rapidamente toni di contestazione politica. I dimostranti, scesi in piazza anche dopo alcuni appelli giunti dall'estero, si scontrano con le forze di sicurezza in episodi che hanno causato, secondo i bilanci non ufficiali, decine di vittime e migliaia di arresti. Una delle misure più evidenti adottate dalle autorità per contenere la diffusione delle notizie e coordinare le proteste resta il severo blocco dei servizi internet, il quale, come riportato, ha colpito anche canali di comunicazione statali, isolando di fatto il Paese e rendendo complesso verificare l’entità reale degli eventi. La situazione, per molti osservatori, presenta elementi di fragilità che potrebbero innescare un’ulteriore escalation, sia sul piano interno che in quello delle relazioni internazionali, visto il coinvolgimento verbale di attori esterni.
Il discorso della Guida Suprema e l'attacco a Trump
In questo clima di tensione, l’ayatollah Ali Khamenei è intervenuto con un discorso alla nazione, trasmesso dai canali televisivi di Stato, nel quale ha lanciato un duro attacco personale contro il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, definendolo "un arrogante" e pronosticando che verrà "rovesciato". Queste dichiarazioni, che si inseriscono in una lunga storia di ostilità verbale tra Tehran e Washington, sembrano voler ridirezionare il malcontento interno verso un nemico esterno, un classico strumento retorico in contesti di crisi. Khamenei, che nel suo intervento ha anche invitato i cittadini a non avere paura e a procedere, ha implicitamente respinto le pressioni e le dichiarazioni di sostegno ai manifestanti provenienti da alcuni leader stranieri, sottolineando come la Repubblica Islamica non abbia intenzione di cedere a sollecitazioni esterne, specialmente se provenienti da Stati Uniti e Israele, da sempre considerati i suoi principali avversari sulla scena globale.
Il quadro delle proteste e la risposta interna
Le immagini che filtrano, nonostante la stretta sulla connettività, mostrano scene di disordine in diverse zone, con danni rilevati a mezzi e edifici pubblici nella capitale Teheran, alcuni dei quali dati alle fiamme. La partecipazione alle manifestazioni, secondo quanto riferito, sarebbe stata nutrita, complice anche la chiamata a scendere in piazza lanciata da figure di opposizione in esilio. La risposta delle autorità, oltre al già citato blocco di internet, si è concretizzata in un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine e nei numerosi arresti, che hanno interessato, secondo le stime, oltre duemila persone. Gli scontri, pur evitando di entrare nel dettaglio di episodi specifici per rispetto delle vittime e delle loro famiglie, hanno prodotto un bilancio che appare in continua evoluzione, segno di una dinamica ancora lontana dalla risoluzione.
Lo scenario internazionale e le possibili implicazioni
La crisi iraniana non rimane confinata entro i suoi confini nazionali, ma rischia di allargarsi, alimentando un nuovo e pericoloso fronte di conflitto diplomatico con Washington e con gli altri avversari regionali. Le dichiarazioni di Khamenei rivolte direttamente a Trump, del resto, non fanno che inasprire un dialogo già inesistente, mentre i riferimenti a presunti sostegni esterni alle proteste forniscono a Tehran il pretesto per attribuire l’instabilità interna a complotti internazionali. Questa narrativa, se da un lato cerca di sminuire le ragioni autentiche del malessere popolare, dall’altro rischia di giustificare ulteriori misure repressive all’interno e un inasprimento della retorica bellicosa verso l’esterno, creando un circolo vizioso dal quale diventa sempre più complesso uscire. La completa assenza di un canale di comunicazione diretto tra le parti in causa lascia poco spazio a ottimismo per una de-escalation nell’immediato futuro.




