Netanyahu avverte: “Con Hezbollah non abbiamo ancora finito”. La tregua di dieci giorni tiene, ma la tensione resta alta

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha gettato acqua sul fuoco dell’ottimismo a nemmeno ventiquattr’ore dall’entrata in vigore del cessate il fuoco con il Libano, durissimo stop alle operazioni militari deciso dopo dieci giorni di scontri intensi al confine settentrionale. In una dichiarazione che arriva dritta dalle cancellerie occidentali e dai comandi sul terreno, il premier ha spiegato – con un realismo che sa tanto di avvertimento – che lo Stato ebraico non ha affatto intenzione di abbassare la guardia: “Hezbollah oggi è l’ombra di sé stesso rispetto agli ultimi giorni di Nasrallah”, ha ammesso, per poi aggiungere senza mezzi termini: “Ma dico onestamente: non abbiamo ancora finito il lavoro”. Le parole, rilasciate ai media locali e subito riprese dalle agenzie, tracciano una linea chiara: per Gerusalemme la pausa nei combattimenti è solo tattica, un respiro utile magari a riorganizzare le file, ma la minaccia rappresentata dai razzi e dai droni in mano al partito di Dio rimane una spada di Damocle sulla Galilea. “Abbiamo in programma di agire contro la minaccia residua”, ha scandito Netanyahu, rifiutandosi però di entrare nei dettagli operativi.

Un accordo fragile nato a Washington, tra telefonate e veti incrociati

La tregua, che ha ufficialmente fermato le ostilità a partire dalla serata di giovedì 16 aprile, è il risultato di una intensa mediazione statunitense. A rompere l’ennesimo stallo è stato l’annuncio a sorpresa del presidente Donald Trump su Truth, dove ha rivelato di aver avuto “eccellenti conversazioni” con il presidente libanese Joseph Aoun e lo stesso Netanyahu, riuscendo laddove altri avevano fallito nel traghettare le due parti verso un negoziato. È stato, se vogliamo, un classico intervento da “pompiere” della Casa Bianca: da una parte Trump ha invitato i due leader a colloqui diretti a Washington – i primi dal lontano 1983 – mentre dall’altra ha messo nero su bianco un messaggio senza appello per Israele, intimando di smetterla di “rompere le palle al Libano”. Il tono del presidente, insolitamente duro verso lo storico alleato, ha spiazzato molti analisti: “Israele non bombarderà più il Libano. Gli è stato PROIBITO dagli Stati Uniti. Ora basta!!!”, ha tuonato il tycoon, chiudendo di fatto qualsiasi spazio per operazioni israeliane durante questo lasso di tempo.

Sul tavolo della diplomazia, tuttavia, restano nodi cruciali ancora tutti da sciogliere. Le condizioni dell’accordo, infatti, lasciano aperte più di una falla: il Libano si è impegnato a neutralizzare Hezbollah, o quantomeno a impedirgli azioni offensive, mentre Israele si riserva il “diritto di autodifesa” in caso di attacco “pianificato, imminente o in corso”. Un paravento giuridico, quest’ultimo, che secondo gli osservatori potrebbe rivelarsi una scappatoia pericolosa. Già nelle prime ore dalla firma, del resto, l’esercito libanese ha denunciato violazioni israeliane ai confini meridionali, con bombardamenti di artiglieria segnalati in diversi villaggi.

Beirut 2026 non è la Beirut del 1983: uno scenario geopolitico totalmente rivoluzionato

Chi si aspetterebbe una replica della guerra civile o dell’invasione degli anni Ottanta farebbe un grosso errore di valutazione. Sulla Corniche di Beirut, il lungomare che fu palcoscenico dei carri armati e delle milizie falangiste alleate di Gerusalemme, oggi non c’è traccia di mezzi corazzati. Non c’è più, e probabilmente non ci sarà, un presidente della Repubblica scelto con il beneplacito dello Stato ebraico come fu per Bashir Gemayel, pronto a siglare la pace e il riconoscimento di Israele. Il contesto, insomma, è cambiato radicalmente: il Libano del 2026 è un paese stremato dalla crisi economica e da un’ingerenza politica che viene principalmente dall’asse sciita, mentre le comunità cristiane – un tempo baluardo dell’anticomunismo e filo-occidentali – si trovano oggi in una posizione assai più sfumata e spesso vittime collaterali degli scontri. L’impressione, leggendo le cronache dal terreno, è che Netanyahu abbia dovuto accettare questa pausa più per le pressioni esterne che per una reale volontà politica, con l’obiettivo dichiarato – mai nascosto – di tornare a colpire appena il polso internazionale gli concederà un po’ di corda.

La “paura silenziosa” dei cristiani e l’incognita degli sfollati

A fare le spese di questa guerra a singhiozzo è soprattutto la popolazione civile, in particolare quella delle aree di confine e delle minoranze. Per i cristiani che vivono nei villaggi a ridosso della Linea Blu, il confine tra Libano e Israele, lo scetticismo sulla tenuta della tregua è altissimo. Non si tratta di una semplice apprensione, ma di una paura concreta e radicata nella memoria storica: molti di loro ricordano bene il 2024, quando un altro cessate il fuoco era stato disatteso quasi subito, con l’esercito israeliano che aprì il fuoco contro i rimpatriati e continuò i raid. La situazione umanitaria, del resto, è già catastrofica. Dal 2 marzo scorso, data di inizio delle ultime operazioni su larga scala in risposta agli attacchi di Hezbollah, le vittime accertate nel solo Libano si contano in migliaia, con oltre 2.200 morti e 7.000 feriti. A questi numeri si aggiunge un milione e mezzo di sfollati interni, fuggiti soprattutto dal Sud e dalla valle della Bekaa, che ora vivono in condizioni di precarietà assoluta – sistemati in tende lungo il mare, in ex scuole o in conventi.

Il premier libanese, Nawaf Salam, ha espresso la “speranza” che questo accordo possa permettere il ritorno a casa di questi disperati, ma la realtà dei fatti suggerisce molta cautela. La distruzione delle infrastrutture, in particolare l’abbattimento dell’ultimo ponte sul fiume Litani che collegava il sud al resto del paese, ha di fatto isolato intere regioni, facendo temere una occupazione strisciante delle terre da parte israeliana. E mentre Roma, attraverso il contingente Unifil, osserva con attenzione l’evolversi della situazione per la sicurezza dei propri caschi blu, Netanyahu continua a ribadire che le trattative con il governo libanese procedono “parallelamente” ai colpi inferti a Hezbollah, una strategia del doppio binario che lascia intendere come, per il premier, la via diplomatica sia subordinata a quella militare.

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