La svolta di Cloudflare sui blocchi anti-pirateria e la replica di Agcom: "Non è fantascienza"
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Redazione Economia
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La lunga e complessa partita a scacchi tra i colossi della tecnologia statunitensi e il quadro normativo italiano in materia di diritto d’autore, una partita che si gioca su un terreno minato fatto di interpretazioni giuridiche, fattibilità tecnica e sovranità digitale, ha conosciuto nelle ultime ore una svolta significativa. Il commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Massimiliano Capitanio, ha infatti annunciato, con un post pubblicato sulla piattaforma LinkedIn, che Cloudflare, la società a stelle e strisce finita nel mirino dell’ente regolatore per una maxi-sanzione da oltre 14 milioni di euro, ha finalmente cominciato a bloccare l’accesso ai siti che diffondono illegalmente contenuti protetti da copyright. Lo spunto per l’intervento di Capitanio arriva da un fatto concreto e verificabile: chiunque, nei giorni scorsi, abbia tentato di raggiungere un noto portale di streaming illegale, la cui distribuzione avviene attraverso la Content Delivery Network (CDN) di Cloudflare, si è imbattuto in un messaggio inaspettato. Sullo schermo compare l’errore 451, un codice di stato HTTP che, come è noto, non segnala un problema tecnico generico bensì indica che una pagina web è inaccessibile per motivi legali, a seguito di provvedimenti restrittivi che possono includere, per l'appunto, ordini giudiziari o misure di censura. Nella notifica, l’azienda americana specifica che l’oscuramento è stato eseguito dai propri servizi di sicurezza e dalla propria CDN sul territorio italiano, e la motivazione, come ha tenuto a sottolineare lo stesso Capitanio, risiede in un ordine pervenuto dal Tribunale di Milano.
Il commento di Capitanio e il messaggio ai detrattori
"Quindi si può fare?". Con questa domanda, retorica nella forma ma diretta nella sostanza, il commissario Agcm ha aperto il suo ragionamento, rivolgendosi idealmente a "tutti i professoroni" che, in passato, avevano criticato l'impianto legislativo e le soluzioni tecnologiche messe in campo dall'Italia per contrastare quelle che lui stesso non esita a definire "le mafie della pirateria". Secondo Capitanio, la mossa di Cloudflare rappresenterebbe la dimostrazione più lampante che quanto richiesto dal regolamento non è affatto fantascienza, bensì un obiettivo raggiungibile quando cessa l'opposizione preconcetta e si attivano le necessarie collaborazioni tecniche. Ed è la stessa società americana, come ha osservato il commissario, a confermare l'avvenuto blocco attraverso una pagina di reindirizzamento, una sorta di database accessibile all'utente in cui vengono specificati tutti i dettagli del provvedimento: l'autorità giudiziaria che lo ha emesso (il Tribunale di Milano, appunto), il titolare dei diritti che ha avviato l'azione legale e la società che ha materialmente eseguito l'inibizione. Un meccanismo, questo, che secondo Capitanio vanifica le critiche di chi paventava il rischio di blocchi indiscriminati e "inconsapevoli", dal momento che ogni oscuramento è tracciabile e motivato.
La sanzione e le tensioni degli ultimi mesi
La notizia del blocco arriva in un clima di forte tensione tra l'azienda di sicurezza informatica e le autorità italiane, culminato a inizio anno con una sanzione storica comminata proprio dall'Agcom. L'Authority, nella sua delibera, aveva accusato Cloudflare di "violazione continuata" della legge antipirateria 93/2023 e delle relative disposizioni attuative, per non aver ottemperato agli ordini di disabilitazione dell'accesso a una serie di contenuti illeciti, in particolare quelli legati allo streaming illegale di eventi sportivi, come le partite di calcio della Serie A. Un comportamento, quello della società, che l'Authority aveva giudicato tanto più grave considerando che "una larghissima percentuale dei siti oggetto di blocco" utilizza proprio i servizi offerti da Cloudflare per diffondere abusivamente opere tutelate. Il CEO di Cloudflare, Matthew Prince, aveva reagito duramente alla sanzione, definendola sui social un "superamento autoritario" e una forma di censura digitale priva delle dovute garanzie legali, come il giusto processo e la trasparenza. Prince era arrivato a minacciare misure drastiche, come il ritiro delle infrastrutture e dei server dal territorio italiano, con la conseguente cancellazione degli investimenti e dei servizi di cybersecurity gratuiti precedentemente promessi, inclusi quelli legati alla sicurezza informatica delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Il quadro normativo e la posizione di Cloudflare
La normativa al centro della disputa, la legge 93 del 2023 nota come "Piracy Shield", impone ai provider di servizi internet e a tutti i soggetti coinvolti nell'accessibilità dei contenuti online di agire tempestivamente contro i siti pirata, disabilitando la risoluzione DNS e l'instradamento del traffico verso gli indirizzi IP segnalati, il tutto attraverso una piattaforma dedicata e con tempistiche serrate. Cloudflare, da parte sua, ha sempre opposto una resistenza netta a questo meccanismo, sostenendo che imporre filtri a livello del suo resolver pubblico 1.1.1.1, che gestisce quotidianamente centinaia di miliardi di richieste, avrebbe comportato un inaccettabile aumento della latenza e, soprattutto, avrebbe rischiato di "spegnere la luce" su intere porzioni di internet, bloccando in modo collaterale anche siti web perfettamente legittimi. Un timore, quello dell'overblocking, che del resto era già emerso in passato, come quando lo stesso sistema portò al momentaneo blocco di Google Drive per gli utenti italiani. Ora, con il primo concreto blocco operato da Cloudflare su ordine del Tribunale di Milano, la querelle entra in una nuova fase operativa, dimostrando, almeno in questo caso specifico, la fattibilità tecnica di un intervento che fino a ieri sembrava precluso.




