Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, i ministri israeliani nel mirino dell’Ue
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Redazione Esteri
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L’Unione europea, dopo una lunga fase di attesa spesso interpretata come immobilismo, ha finalmente avanzato le prime proposte di sanzioni contro Israele, sebbene molti osservatori le giudichino, persino all’interno degli stessi uffici di Bruxelles, poco più che misure «all’acqua di rose». Il pacchetto, che rappresenta comunque una novità significativa in un contesto diplomatico tradizionalmente prudente, prevede non solo dazi su alcune merci e restrizioni nella collaborazione in materia di ricerca scientifica – le due misure potenzialmente più incisive, il cui esito però è tutto da verificare – ma anche il congelamento di fondi e, aspetto inedito, sanzioni mirate verso due specifici esponenti del governo Netanyahu: Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir.
Proprio su questi due ministri, figure di spicco dell’ala più radicale della coalizione israeliana, si concentra l’attenzione per le loro posizioni e i loro trascorsi, che li hanno resi impresentabili per una parte della comunità internazionale. Smotrich, che detiene importanti deleghe finanziarie e negli insediamenti in Cisgiordania, è finito nel mirino per aver dichiarato, in un contesto già segnato da immense sofferenze umane, che «potrebbe essere giustificato e morale far morire di fame due milioni di persone», un’affermazione che ha suscitato orrore e condanne. Ben-Gvir, a cui è affidato il cruciale ministero della Sicurezza nazionale, vanta invece un casellario giudiziario che include una condanna in Israele per razzismo e per istigazione all’odio, oltre che per distruzione di proprietà.
L’impressione generale, tuttavia, è che l’azione europea, per quanto simbolica, arrivi con colpevole ritardo e sia intrinsecamente debole, un mero segnale politico più che una vera arma in grado di influenzare le dinamiche di un conflitto reso sempre più spietato. La sua efficacia è inoltre minata alla base dalle divisioni interne all’Ue, dove il principio di unanimità necessario per l’approvazione definitiva si scontra con le resistenze di alcuni Stati membri. In questo quadro, la posizione dell’Italia si è rivelata cruciale e, al tempo stesso, ambigua: il governo Meloni, allineato con la Germania – altro paese chiave che potrebbe fermare l’adozione dei dazi –, ha infatti espresso la sua contrarietà attraverso un’azione di frenaggio e di rinvio.




