La Spianata delle moschee diventa il palco elettorale di Itamar Ben Gvir
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Redazione Esteri
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Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliana e leader dell’ultradestra, ha scelto la Spianata delle moschee – luogo sacro per i musulmani, noto agli ebrei come Monte del Tempio – per lanciare un messaggio inequivocabile: niente trattative con Hamas, solo la guerra potrà riportare a casa gli ostaggi. La sua visita, avvenuta durante il Tisha B’Av, giorno di lutto per la distruzione del Tempio di Gerusalemme, è stata interpretata da molti come una mossa calcolata per radicalizzare il fronte interno e consolidare il consenso del suo partito, Otzma Yehudit, erede del movimento Kach, fondato dal rabbino Meir Kahane e bandito in Israele per il suo carattere apertamente razzista.
Non è un caso che, poche ore dopo la sua apparizione, un sondaggio di Canale 13 abbia registrato un ulteriore aumento dei consensi per la formazione ultranazionalista. Ben Gvir, che ha definito la sovranità israeliana sulla Spianata un obiettivo irrinunciabile, ha ribadito la necessità di "occupare l’intera Striscia di Gaza, eliminare Hamas e incoraggiare la migrazione volontaria dei palestinesi". Parole che suonano come una dichiarazione di guerra non solo ai militanti islamisti, ma anche a quanti, dentro e fuori Israele, sperano ancora in una soluzione negoziata.
La reazione dell’Arabia Saudita non si è fatta attendere. Riad ha condannato senza mezzi termini quelle che ha definito "pratiche provocatorie" da parte delle autorità israeliane, sostenendo che minano ogni sforzo di pace nella regione. Un monito che, però, sembra destinato a cadere nel vuoto, considerata la piega sempre più militarista assunta dal governo Netanyahu, in cui Ben Gvir ricopre un ruolo chiave.




