La visita di Ben Gvir alla Spianata delle moschee accende le tensioni, tra politica e religione
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Redazione Esteri
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La Spianata delle moschee, luogo sacro per ebrei, musulmani e cristiani, è tornata al centro di una controversia dopo la visita del ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir, che ha guidato una preghiera insieme a un gruppo di coloni. Un gesto che viola una consuetudine consolidata dal 1967, quando la gestione del sito – situato nella Città Vecchia di Gerusalemme – fu affidata alla Giordania, con il divieto per gli ebrei di compiere riti religiosi. Quella di Ben Gvir, definita una “mossa senza precedenti”, non è però solo una provocazione simbolica: potrebbe avere ripercussioni concrete sul già fragile equilibrio nella regione.
Il ministro, leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit, ha scelto di recarsi sul Monte del Tempio durante il Tisha B’Av, giorno di lutto per gli ebrei che commemorano la distruzione del tempio di Gerusalemme. Un atto carico di significato politico, tanto che alcuni osservatori lo interpretano come l’inizio della sua campagna elettorale. Del resto, poche ore dopo la visita, un sondaggio di Canale 13 ha registrato un aumento dei consensi per il suo movimento, erede del Kach, formazione radicale fondata dal rabbino Meir Kahane e bandita in Israele per le sue posizioni razziste.
Le reazioni non si sono fatte attendere. L’Arabia Saudita ha condannato quella che ha definito una “pratica provocatoria”, accusando Israele di alimentare il conflitto e violare le norme internazionali. Ma Ben Gvir, dal canto suo, ha sfruttato la platea per lanciare un messaggio chiaro: niente trattative con Hamas. “Solo occupando tutta Gaza ed eliminando i suoi membri riavremo gli ostaggi”, ha dichiarato, trasformando il luogo sacro in una tribuna politica




