Itamar Ben Gvir e la flotilla: lo show del ministro israeliano e il ritorno dei parlamentari italiani
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Redazione Interno
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La scena, volutamente costruita per i media, si è consumata sotto il sole di Nitzana, nel sud di Israele. Itamar Ben Gvir, il ministro della Sicurezza nazionale noto per le sue posizioni ultranazionaliste, ha fatto sfoggio di muscoli dinnanzi a centinaia di attivisti della Freedom Flotilla, inginocchiati a terra con le mani bloccate dietro la schiena. Rivolgendosi a loro, che definisce senza esitazione «terroristi», ha promesso che resteranno in carcere per mesi, minacciando di rinchiuderli nel penitenziario di massima sicurezza che, come ha tenuto a specificare, era stato preparato per Hamas. Quelli della cosiddetta Global Sumud Flotilla, molti dei quali già reclusi nel carcere di Ketziot, sono dunque diventati i protagonisti involontari di una regia comunicativa che mira a dimostrare il pugno di ferro del governo israeliano verso chiunque tenti di forzare il blocco navale su Gaza.
Lo sbarco forzato e il rimpatrio dei parlamentari
In questo contesto, che ha visto l’arresto di oltre 400 persone, si è consumata anche la vicenda dei quattro parlamentari italiani – Arturo Scotto e Annalisa Corrado del Partito Democratico, Marco Croatti del Movimento 5 Stelle e Benedetta Scuderi di Alleanza Verdi e Sinistra – i quali, dopo essere stati fatti sbarcare con la forza, hanno beneficiato di un rimpatrio accelerato. Un ritorno a casa che, stando a quanto trapelato, è apparso come una fuga autorizzata, un ritorno comodo all’indomani delle dichiarazioni infuocate di Ben Gvir. Mentre il ministro annunciava che i fermati avrebbero potuto rimanere in detenzione per mesi, loro, che rappresentavano una delegazione quasi al completo del cosiddetto “campo largo”, hanno fatto ritorno in patria, lasciandosi alle spalle una situazione ancora molto tesa.
Il ritorno a Fiumicino e la situazione degli altri attivisti
L’arrivo a Fiumicino, in una hall degli arrivi internazionali affollata a causa dei ritardi dovuti anche allo sciopero generale di solidarietà per Gaza, ha messo fine a quarantotto ore di apprensione, durante le quali ogni contatto con la delegazione era andato perduto. Un piccolo comitato di accoglienza, in attesa del volo proveniente da Tel Aviv, ha potuto così tirare un sospiro di sollievo. La loro esperienza si è conclusa, a differenza di quella di molti altri attivisti che, secondo le intenzioni del ministro, dovrebbero conoscere la durezza del sistema carcerario israeliano, del quale Ben Gvir è fautore di un ulteriore inasprimento, tanto che recentemente la Corte suprema israeliana ha dovuto ordinare di migliorare le razioni di cibo per i detenuti palestinesi, tenuti al limite della sopravvivenza.
La crociata personale di Ben Gvir
Le dichiarazioni di Itamar Ben Gvir, che invoca senza mezzi termini il carcere per mesi e l’oblio delle chiavi per gli attivisti, definendoli alleori del terrorismo, disegnano uno scenario giudiziario e detentivo di estrema durezza. La sua, più che una linea politica, appare come una crociata personale contro quella che percepisce come una forma di sostegno internazionale a Hamas. Mentre i parlamentari italiani riabbracciavano i loro cari, la situazione per centinaia di persone rimaste in Israele si faceva più oscura e incerta, con il ministro che non ha perso l’occasione per trasformare una complessa operazione umanitaria in uno spettacolo di forza, il cui esito, per molti, è ancora tutto da scrivere.




