Terna, la buonuscita da 7 milioni e lo scoglio Eni: Di Foggia rinuncia per la poltrona

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il dipendente qualunque, di fronte a certe cifre, perderebbe probabilmente il lume della ragione; e invece, nel caso di Giuseppina Di Foggia, il ragionamento è stato tutt’altro che emotivo, bensì freddo e calibrato, come impone la governance delle partecipate pubbliche. Con quanto sta accadendo nel Medio Oriente – i venti di guerra che si addensano all’orizzonte e i saliscendi nei costi dei barili di petrolio, senza dimenticare le tensioni che da Hormuz si riverberano sulle quotazioni – è esploso il caso che vede protagonista l’amministratrice delegata uscente di Terna, la società che gestisce le reti elettriche nazionali. Le è stata proposta la non trascurabile presidenza di Eni, il colosso del cane a sei zampe, ma sulla strada verso quel vertice si è frapposta una cifra proibitiva: l’indennità di fine rapporto da Terna, pari a 7,3 milioni di euro, è divenuta immediatamente un macigno politico.

L’ultimatum di palazzo Chigi e la rinuncia che spiazza

Certi compensi, nelle sfere del pubblico, non conoscono di fatto un tetto esplicito, eppure il governo ha deciso di tracciarne uno in questo frangente specifico. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha infatti dettato una linea netta nei giorni scorsi, lanciando quello che i più hanno definito un “ultimatum”: scegliere tra l’indennità di fine rapporto, da incassare immediatamente, e la presidenza di Eni, cui Di Foggia era stata candidata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Quest’ultimo, va ricordato, è azionista di maggioranza relativa di Terna, detenendo direttamente il 2,16% del capitale e, per il tramite della Cassa depositi e prestiti (partecipata al 31% circa dal Mef), un ulteriore 30,91%. La manovra politica è stata fulminea: Di Foggia ha piegato la testa, manifestando la disponibilità a rinunciare alla buonuscita, aprendo così la strada al suo approdo a Eni e disinnescando la polemica. Non è stato un atto di magnanimità, bensì una recezione pedissequa della linea dell’esecutivo.

La partita delicata e l’ira che non si placa del tutto

Eppure, la sofferta decisione dell’ad uscente di Terna non ha placato del tutto l’ira della premier. A quanto pare, il gesto tardivo – arrivato dopo pressioni crescenti e una trattativa seguita con attenzione da palazzo Chigi – potrebbe lasciare strascichi pesanti, fino a mettere in discussione la stessa nomina alla presidenza del cane a sei zampe. Perché il punto non è solo la rinuncia in sé, ma il fatto che quella richiesta sia mai stata avanzata. La polemica ha scavato un solco di diffidenza; da una parte c’è una manager che ha cercato di monetizzare al massimo l’uscita da una società pubblica, dall’altra un governo che non intende tollerare certe prassi, specialmente in un momento in cui l’esecutivo invoca sobrietà dai propri vertici aziendali. La svolta, arrivata nel giro di poche ore, chiude una delle partite più delicate sul tavolo del governo, ma l’accordo raggiunto – Di Foggia rinuncia al trattamento di fine rapporto e ora può andare all’Eni – resta avvolto da una freddezza istituzionale non indifferente.

La poltrona in bilico e il ruolo del Mef

Ora il nodo si sposta sulla presidenza Eni, che resta formalmente in bilico. Di Foggia ha ricevuto la candidatura dal governo attraverso l’azionista di maggioranza relativa, ma quest’ultimo non è un soggetto qualsiasi: il Mef, lo stesso che avrebbe dovuto mettere sul piatto i 7,3 milioni, ha ora il compito di valutare se la rinuncia sia sufficiente a ricucire lo strappo. La partita si gioca su un crinale sottile: da un lato, la competenza della manager non è in discussione; dall’altro, la premier ha dimostrato di voler segnare un punto politico netto, quasi esemplare, contro quelle che considera “certe retribuzioni senza tetto” nel pubblico. Non si tratta di moralismo, ma di pragmatismo di potere: in un contesto di crisi energetica e tensioni internazionali, nessun governo può permettersi lo scandalo di una buonuscita multimilionaria per chi passa da una poltrona all’altra. La rinuncia di Di Foggia è la condizione necessaria, ma forse non sufficiente, per garantire alla stessa la poltrona.

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