L’Italia e l’ombra lunga della crisi iraniana: basi sotto scudo, 28mila obiettivi sorvegliati
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Redazione Interno
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L’operazione militare condotta da Stati Uniti e Israele contro il leadership iraniana, un attacco che ha sconvolto gli equilibri del Medio Oriente fino a decapitare il vertice politico-militare di Teheran, riverbera con forza anche sul territorio italiano, costretto a fare i conti con una minaccia terroristica che gli analisti dell’intelligence, nel loro ultimo rapporto al Parlamento, avevano già messo in relazione con l’escalation nella Striscia di Gaza e che ora, con il nuovo fronte aperto, si estende a possibili ritorsioni contro interessi israeliani, americani e, più in generale, occidentali. Il Viminale ha immediatamente diramato una disposizione urgente per innalzare le maglie della vigilanza intorno a una galassia di obiettivi definiti di “prioritaria sensibilità” – una rete che include ambasciate, consolati, luoghi di culto, infrastrutture energetiche e snodi di trasporto – portando a 28mila i siti sotto la lente delle forze dell’ordine sull’intero territorio nazionale, con un rafforzamento immediato dei dispositivi per quelli più esposti, in particolare statunitensi e israeliani, come deciso durante il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal ministro Matteo Piantedosi.
Ma è forse nelle basi americane disseminate lungo la penisola, dalla Sicilia al Veneto, che la tensione assume i contorni più palpabili di una guerra che, pur combattuta a migliaia di chilometri di distanza, ha i suoi nodi strategici nel Mediterraneo. A Sigonella, storica portaerei terrestre e sentinella del Mare Nostrum, il comando americano – pur senza dichiarare un formale innalzamento del livello di allerta – ha scelto di pubblicare sui propri canali social un messaggio diretto a personale e familiari, esortandoli a rimanere vigili, a mantenere un profilo basso e a segnalare qualsiasi attività sospetta, un invito alla prudenza che, tradotto, significa consapevolezza che la struttura rappresenta un obiettivo sensibile. Altrettanto accade ad Aviano, base dell’Aeronautica militare statunitense nel Pordenonese, e a Vicenza, dove le prefetture locali hanno coordinato l’intensificazione dei pattugliamenti e dei controlli nelle aree circostanti le installazioni di Camp Ederle e Del Din, senza dimenticare Camp Darby in Toscana.
Le implicazioni giuridiche e politiche di una simile presenza, d’altronde, non possono essere ignorate in un frangente in cui le operazioni belliche condotte dall’amministrazione Trump potrebbero teoricamente richiedere l’utilizzo di tali basi per transiti di armi, rifornimenti o decolli di velivoli. L’Italia, in forza di accordi bilaterali risalenti al 1954 e di successivi memorandum tecnici, mantiene la sovranità formale su queste installazioni e il controllo politico sulle eventuali missioni che da esse dovessero prendere il via: nell’ipotesi in cui Washington volesse lanciare un raid dal territorio italiano, sarebbe tenuta a informare preventivamente il nostro governo e a ottenerne il nulla osta, un baluardo della sovranità nazionale che, in passato, è già stato azionato per negare l’utilizzo della penisola come piattaforma per operazioni ritenute non conformi agli impegni atlantici o al diritto internazionale. Non è un caso che, mentre l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni segue con cautela la situazione e il ministro degli Esteri Antonio Tajani parla di una crisi che potrebbe protrarsi nel tempo, altri partner europei come la Spagna abbiano scelto una linea di marcata distanza, rifiutando apertamente il sostegno all’operazione e costringendo il Pentagono a ricollocare velivoli cisterna dislocati nelle basi di Moron e Rota.




