Trump minaccia l’Iran: “Non abbiamo finito”. Hegseth chiede altri 67 miliardi al Congresso

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto livelli che non si registravano da mesi, con il presidente americano Donald Trump che, nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca tenuta insieme al presidente del Libano, ha lanciato un avvertimento tanto netto quanto minaccioso nei confronti di Teheran, dichiarando che l’operazione militare in corso è ben lontana dall’essere conclusa e che anzi, “finora siamo stati gentili”.

Le parole del capo della Casa Bianca, pronunciate a margine di un incontro istituzionale, hanno immediatamente fatto il giro del mondo, alimentando ulteriormente le preoccupazioni per un conflitto che, dopo undici notti consecutive di raid, mostra tutt’altro che segni di cedimento. A rendere il quadro ancora più fosco, sul fronte interno, è arrivata la richiesta del segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ha chiesto al Congresso uno stanziamento straordinario di 67 miliardi di dollari per sostenere le operazioni in corso e le necessità di approvvigionamento militare.

L’ultimatum di Trump e la strategia della tensione

“Non lasceremo l’Iran in questo momento. Non abbiamo ancora finito”, ha scandito Trump davanti ai giornalisti, con un tono che lasciava poco spazio a interpretazioni diplomatiche, ribadendo come gli Stati Uniti stiano preparando un’offensiva imminente contro Pickaxe Mountain, il sito montuoso che secondo i servizi segreti americani ospita le centrifughe più avanzate e le installazioni nucleari segrete del regime degli ayatollah.

Il presidente ha poi aggiunto, quasi come un monito, che “l’Iran non ha ancora visto nulla” e che i raid finora condotti, per quanto intensi, rappresenterebbero solo un assaggio della potenza di fuoco americana, definendo “gentile” l’approccio tenuto fino a questo momento.

La scelta di parlare di una possibile “guerra totale” contro Teheran, sebbene non accompagnata da una tempistica precisa, ha di fatto spazzato via le residue speranze di una rapida soluzione diplomatica, con Trump che ha liquidato le richieste di incontro provenienti dall’Iran definendole “disperate” e condizionando qualsiasi futuro negoziato a una radicale revisione dell’atteggiamento iraniano.

L’offensiva militare e il ruolo della Cia

Mentre le parole del presidente infiammavano il dibattito politico internazionale, sul terreno l’undicesima notte di bombardamenti ha portato la crisi a un nuovo punto di svolta, con l’Iran che ha esteso la propria risposta missilistica colpendo non solo basi americane nella regione ma anche obiettivi situati negli Stati del Golfo, allargando di fatto il fronte del conflitto e mettendo in seria difficoltà gli equilibri di un’area già devastata da decenni di instabilità.

In questo contesto di crescente escalation, non sono mancate però le voci discordanti all’interno dello stesso establishment di Washington, dove secondo quanto riferito da fonti vicine alla community dell’intelligence, la Cia avrebbe espresso forti riserve sulle ipotesi di una guerra totale, valutando come estremamente pericolosa l’eventualità di un conflitto su larga scala contro un paese dalle dimensioni e dalle risorse dell’Iran.

Gli analisti della agenzia, sulla base delle informazioni raccolte sul campo, avrebbero infatti segnalato al presidente che il regime degli ayatollah, lungi dal crollare sotto la pressione militare, potrebbe rivelarsi capace di una resistenza prolungata e persino di allargare il conflitto a tutto il Medio Oriente, approfittando della propria rete di alleati e proxy sparsi tra Libano, Siria e Yemen.

Lo sforzo diplomatico del Pakistan e i costi della guerra

In questo scenario di fuoco e diplomazia ai minimi termini, il Pakistan ha cercato di ritagliarsi un ruolo da mediatore, con il primo ministro Shehbaz Sharif che ha espresso “profonda preoccupazione” per l’escalation e ha esortato “tutte le parti alla moderazione e ad astenersi da azioni che potrebbero destabilizzare ulteriormente la regione”, secondo una dichiarazione ufficiale dell’Ufficio del primo ministro diffusa attraverso il social network X.

L’iniziativa di Islamabad, che nelle scorse settimane aveva già lavorato a un accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran poi naufragato, sembra però destinata a scontrarsi con la realtà di un conflitto ormai in piena corsa, dove le motivazioni ideologiche e gli interessi strategici sembrano aver preso il sopravvento su qualsiasi calcolo razionale.

Tuttavia, al di là della retorica bellicosa e delle mosse sul campo, resta da valutare l’impatto che questa crisi potrebbe avere sull’economia globale e sulle finanze pubbliche americane, come dimostra la richiesta di 67 miliardi di dollari avanzata da Hegseth, una cifra che rischia di aggravare ulteriormente un debito pubblico già sotto pressione e di alimentare il dibattito politico in vista delle elezioni di metà mandato.

La risposta di Trump a chi gli chiedeva se l’Iran stesse cercando di influenzare l’esito elettorale con le proprie provocazioni è stata secca: “La guerra non avrà alcun impatto su di me. Io sto solo cercando di fare la cosa giusta”.

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