Referendum, Capone: “Vittoria del sì ripristinerebbe la fiducia tra cittadini e giustizia”
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Redazione Interno
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La campagna referendaria, in vista delle votazioni del 22 e 23 marzo prossimi, entra nella sua fase più concitata, e le voci dei protagonisti si moltiplicano, cercando di raggiungere gli elettori negli ultimi giorni utili per un confronto che, al di là degli schieramenti, appare sempre più incentrato sul significato profondo da attribuire alla riforma costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale. Tra gli interventi che cercano di delineare le conseguenze di un eventuale esito positivo del referendum, che è bene ricordarlo è di tipo confermativo e quindi non necessita del raggiungimento di un quorum, si inserisce con nettezza la posizione di chi, come il tesoriere del Partito Democratico, Michele Capone, individua nella separazione delle carriere il cuore di un possibile rinnovato patto civile. In una nota diffusa nelle ultime ore, Capone ha sottolineato come la riforma, e un voto favorevole a essa, rappresenti un'occasione per ricondurre la magistratura a una chiara divisione dei ruoli tra giudici e pubblici ministeri, un meccanismo che, a suo avviso, avrebbe l'effetto immediato di allentare quella presa, che molti ritengono eccessiva, esercitata dalle correnti all'interno dell'Associazione Nazionale Magistrati. Il ragionamento sviluppato dal tesoriere dem si spinge oltre il mero tecnicismo giuridico, toccando il nervo scoperto del rapporto tra i cittadini e l'amministrazione della giustizia: il ripristino di un legame di fiducia, oggi quanto mai incrinato secondo questa lettura, passerebbe proprio attraverso una magistratura meno condizionata da logiche di appartenenza e più focalizzata sulla funzione, distinta, che ciascun magistrato è chiamato a svolgere nel processo.
Il fronte del sì si allarga alla società civile organizzata e al mondo dell'associazionismo
Parallelamente alle dichiarazioni dei singoli esponenti politici, il sostegno alla riforma assume i contorni di un movimento composito e trasversale, capace di aggregare realtà molto diverse tra loro. A Roma, infatti, si è tenuto l'evento conclusivo di un percorso che ha portato alla nascita di un fronte eterogeneo, composto da ben ventisei organizzazioni, che spaziano dal civismo al sindacato, passando per il mondo datoriale e sportivo. L'iniziativa, che ha visto la moderazione dei presidenti di ASI e OPES, Claudio Barbaro e Juri Morico, ha rappresentato il battesimo ufficiale del Terzo Settore e dell'associazionismo all'interno della campagna per il Sì, un ingresso in campo che intende testimoniare come la richiesta di un cambiamento nella giustizia non sia appannaggio esclusivo della politica, ma trovi radici profonde anche nelle istanze che provengono dalla società civile organizzata, da quei corpi intermedi che quotidianamente misurano il peso della burocrazia e dell'efficienza del sistema giudiziario sul loro operato.
Il confronto tra le ragioni del sì e del no si sposta anche sui territori, coinvolgendo gli operatori del diritto
Mentre a Roma le grandi coalizioni si confrontano in piazze simboliche, con il comitato “Società Civile per il No” che ha scelto Piazza del Popolo per la sua chiusura della campagna, alla presenza tra gli altri di Maurizio Landini, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Giuliano Pagliarulo, e con la conduzione affidata a Massimo Cirri e Benedetta Tobagi, il dibattito più tecnico e forse meno mediatico trova spazio nelle province. È il caso di Asti, dove all'Hub MemoriaFutura di Piazza San Martino si è tenuto un approfondimento dedicato proprio alla separazione delle carriere e all'istituzione dell'alta corte disciplinare. Un confronto, questo, che ha visto dialogare direttamente gli operatori del diritto, ovvero coloro che la riforma, se approvata, la dovranno applicare ogni giorno. Per le ragioni del sì sono intervenuti Davide Gatti, presidente della Camera Penale di Asti, e Alberto Avidano, vicepresidente della medesima associazione forense, portando la voce di chi, dall'Avvocatura, vive sulla propria pelle la dinamica processuale e i suoi squilibri.
L'analisi che emerge da questi incontri, e che trova riscontro nelle parole di Capone, tende a sottolineare come la riforma, al di là delle contrapposizioni ideologiche, incida su meccanismi concreti. La separazione delle carriere, infatti, non è percepita dai suoi sostenitori come una mera riorganizzazione burocratica, ma come un argine culturale e strutturale a quelle commistioni che, in un sistema a carriera unica, rischierebbero di offuscare il principio costituzionale della terzietà del giudice. Il timore, espresso da più parti nel fronte del Sì e rilanciato anche da Capone, è che senza un diaframma netto tra chi indaga e chi giudica, l'intero impianto processuale possa essere percepito come meno equilibrato, alimentando quel senso di sfiducia che allontana i cittadini dalle istituzioni giudiziarie. Un passaggio, questo, che rende la consultazione referendaria non solo un voto su un testo di legge, ma un referendum sulla qualità della democrazia e sulla percezione della sua imparzialità.




