Shai Gilgeous-Alexander cancella Wilt Chamberlain dai libri dei record: 127 partite consecutive da almeno 20 punti

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notte del Paycom Center di Oklahoma City, illuminata a giorno per l’occasione, ha regalato al basket che conta una di quelle serate destinate a non essere dimenticate, perché quando un primato che sembrava scolpito nel marmo dalla mano di Wilt Chamberlain – sì, proprio lui, il mito che segnava 100 punti in una sera come se nulla fosse – viene polverizzato dopo 63 anni, allora significa che si è assistito a qualcosa di più di una semplice partita di regular season. Shai Gilgeous-Alexander, canadese, classe 1998, fresco di Titolo di MVP e con un anello al dito conquistato la scorsa primavera, ha infilato l’ennesima prestazione da manuale: 35 punti rifilati ai Boston Celtics, conditi da nove assist e sei rimbalzi, che però contano fino a un certo punto, perché la cifra tonda, quella che resterà per sempre nei tabellini, è il numero 127. Centoventisette gare di fila con almeno 20 punti realizzati, una striscia mostruosa iniziata quasi per gioco il primo novembre del 2024, quando nessuno – e forse neppure lui – poteva immaginare di poter rosicchiare un record a Wilt the Stilt, il leggendario centro che teneva quella particolare classifica in pugno dall’era di John F. Kennedy.

La partita, va detto, non è stata una passerella, perché i Celtics, pur privi del convalescente Jayson Tatum, tenuto a riposo precauzionale dopo il lungo stop per il tendine d’Achille, e di Derrick White, hanno venduto cara la pelle fino all’ultimo respiro, con un Jaylen Brown scatenato autore di 34 punti. E allora il traguardo, per Shai, ha assunto i contorni dell’impresa sportiva nel senso più pieno del termine: conquistato sul campo, sudato, sofferto, e suggellato da quel jumper dalla media distanza a metà del terzo quarto che gli ha fatto scavalcare la fatidica soglia dei venti punti, mentre il pubblico tratteneva il fiato per poi esplodere in un boato che difficilmente dimenticherà. La giocata, per la precisione, è arrivata con sette minuti e quattro secondi sul cronometro del terzo periodo, quando la sua personale era ferma a diciannove e la palla, dopo un paio di finte, è partita dalle sue mani pulita verso il canestro per il sorpasso sul tabellone e, contestualmente, su quel maledetto 126 di Chamberlain che resisteva dall’ottobre del 1961.

Se è vero, come dicono le statistiche, che in questa cavalcata durata 497 giorni Gilgeous-Alexander ha viaggiato a una media di 32.5 punti a partita, con cinque gare da oltre cinquanta punti e diciotto da almeno quaranta, appare chiaro come la costanza offensiva del prodotto di Hamilton sia diventata, ormai, una condizione quasi banale, un dato di fatto contro cui gli avversari possono fare ben poco. A rendere ancor più clamoroso il tutto, se possibile, è l’efficienza con cui il playmaker dei Thunder produce queste cifre: nella partita del record, ad esempio, ha firmato un impeccabile 13 su 18 dal campo con un 7 su 8 dalla linea della carità, cifre che certificano una maturità tecnica e una freddezza mentale fuori dal comune. Poco importa se il successo per 104 a 102 è arrivato solo dopo i due liberi di Chet Holmgren a meno di un secondo dalla sirena: la cronaca, quella che resterà, parlerà per sempre della notte in cui Shai Gilgeous-Alexander ha messo la propria firma su una pagina di storia del basket, costringendo le generazioni future a fare i conti con un nuovo, straordinario parametro di giudizio.

L'ombra di Wilt e una striscia destinata a crescere

Per dare la giusta dimensione all’impresa, bisogna tornare con la mente a un’epoca in cui il basket era un altro sport, giocato con scarpe di tela e regole differenti, e in cui Wilt Chamberlain sembrava un marziano sceso in campo per umiliare i poveri mortali. Il suo record di 126 partite consecutive in doppia cifra, stabilito tra il 1961 e il 1963, rappresentava una di quelle montagne inviolabili, un totem per generazioni di appassionati. E invece il presente, si sa, ha la brutta abitudine di riscrivere il passato. Gilgeous-Alexander, con la sua aria quasi dimessa e quel gioco fatto di penetrazioni eleganti e tiri in sospensione millimetrici, ha scalato quella montagna un passo dopo l’altro, senza mai guardare indietro e, probabilmente, senza mai smettere di crederci fino in fondo. La serie, partita quasi in sordina, si è via via caricata di significato partita dopo partita, trasformando ogni sua uscita in un piccolo evento nell’evento.

E se è pur vero che le strisce sono fatte per essere interrotte, quella del canadese, che conta anche 44 gare da almeno 30 punti nell’arco di queste 127, appare al momento in una forma straripante, alimentata da una squadra – i campioni in carica dell’Oklahoma City Thunder – che vola in vetta alla classifica con 52 vittorie e 15 sconfitte e che sembra poter competere per tutto. Sfiorando, quasi come un automatismo, la doppia cifra già nei primi quarti, Shai ha reso la serata di gloria una formalità, nonostante la pressione di un confronto al vertice con la corazzata Boston. Ora che la storia è stata scritta, c’è solo da chiedersi quanto in alto potrà spingersi questa striscia, considerando che l’MVP in carica, a soli 27 anni, sembra non avere alcuna intenzione di fermarsi, e chissà che un giorno, tra molti anni, non sia proprio il suo nome a venire sussurrato come un’icona irraggiungibile, proprio come è successo finora con quello di Wilt Chamberlain.

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