Istituti tecnici, la riforma spaventa . Scuole in stato d’agitazione: "Tanta confusione, serve un rinvio"
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Redazione Interno
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In un territorio come quello emiliano, dove il binomio tra istruzione tecnica e distretti produttivi rappresenta da decenni il motore silenzioso dell’economia, la cosiddetta “riforma Valditara” ha sollevato un polverone di polemiche destinato a non placarsi facilmente. A pochi mesi dall’avvio, previsto per il prossimo anno scolastico – salvo colpi di scena o rinvii dell’ultimo minuto – il clima negli uffici di presidenza, nelle sale docenti e persino tra i banchi è di fitta e profonda incertezza. Le critiche, va detto, non riguardano soltanto il merito di una riorganizzazione che molti definiscono epocale, ma investono soprattutto un metodo che docenti e studenti, soprattutto attraverso i rappresentanti della Rete Studenti Medi, non hanno esitato a definire “confuso e frettoloso”. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato il ministro Giuseppe Valditara il quale, a margine di una premiazione romana, ha ribadito con decisione la volontà di far cadere la distinzione terminologica tra licei e istituti tecnici: secondo la sua visione, "non ha più senso distinguere", perché l’istruzione tecnica è di "serie A" e tutti i corsi superiori devono godere della stessa dignità.
Nell’ingranaggio della macchina regionale, il rischio del “Liceo meccanico” e la ridda di nomi
Sembra però che all’interno della stessa maggioranza di Governo le idee su come denominare la scuola che uscirà da queste modifiche non siano affatto chiare, mancando a tratti una regia univoca e forse anche qualche conoscenza tecnica approfondita sullo stato dell’arte. A fine febbraio, per esempio, si era iniziato a parlare alla Camera di un disegno di legge proposto da un deputato di Fratelli d’Italia per ripristinare il nome di “ginnasio” nei primi due anni del liceo classico; una suggestione nostalgica che stride con l’ipotesi, molto più concreta, di vedere presto cartelli con su scritto “Liceo meccanico”, “Liceo agrario” o “Liceo alberghiero”. Insomma, le indiscrezioni sulla possibilità che nascano il "Liceo dell'abaco" o il "Tecnico delle lingue" rincorrono la cronaca, alimentando un sentimento di spaesamento collettivo. Se Valditara, come ha confermato al Gr1, intende bruciare i tempi per far scattare tutto da settembre, dall’altra parte della barricata c’è un fronte compatto che chiede invece di fermare tutto: troppa confusione, è il grido unanime, e servirebbe davvero un rinvio tecnico per evitare il collasso organizzativo.
Taglio secco di 627 ore e lo stato d’agitazione che travolge i docenti
La scintilla che ha trasformato il malumore in azione sindacale è arrivata dalla matematica spietata dei numeri, quella che non ammette interpretazioni retoriche. I dati diffusi dalla FLC CGIL, a cui si sono aggregate diverse reti di mobilitazione territoriale come quelle della provincia di Pesaro-Urbino, parlano di un vero e proprio smantellamento dell’ordinamento: si parla di una riduzione complessiva di **627 ore di lezione** nell’arco del quinquennio. Un’enormità, se si pensa alla qualità della preparazione. Nello specifico, le discipline dell’Area Generale subirebbero un taglio di 132 ore, con pesanti ripercussioni su materie come Italiano e Scienze Integrate; ma il colpo più duro lo assorbono gli indirizzi tecnici, dove vengono sottratte 561 ore dalle discipline di base per essere destinate a una flessibilità che, denunciano gli insegnanti, risulta priva di regole e fin troppo piegata alle esigenze contingenti delle imprese. “Meno scuola, più impresa”, è stata la formula secca con cui i docenti hanno riassunto il pensiero dominante. Di fronte a questa prospettiva, il personale non ha esitato a rompere gli indugi, proclamando lo stato di agitazione: un gesto forte che mira a contrastare una riforma percepita non come una sperimentazione innovativa, ma come un’operazione di puro risparmio sugli organici. Dai calcoli delle sigle sindacali emergerebbe, difatti, un taglio di circa 1.680 cattedre sulle discipline fondamentali, una riduzione che si traduce inevitabilmente in centinaia di posti di lavoro a rischio e nella fine delle speranze di stabilizzazione per una moltitudine di precari che avevano riposto fiducia nel sistema.
L’assurdo delle iscrizioni al buio e l’incubo dei libri di testo
C’è un aspetto grottesco, in questa vicenda, che riguarda da vicino migliaia di famiglie e studenti: il paradosso delle iscrizioni. Molti ragazzi hanno formalizzato la scelta della propria scuola secondaria basandosi su un piano di studi che, a settembre, potrebbe essere stato radicalmente stravolto o non esistere più. “Ancora una volta le studentesse e gli studenti rimangono svantaggiati e disorientati”, ha denunciato Frida Fruggeri, coordinatrice della Rete Studenti Medi dell’Emilia Romagna, evidenziando come i percorsi scolastici scelti al momento dell’iscrizione rischino di essere trasformati senza che nessuno abbia ancora fornito indicazioni chiare su come avverrà questa transizione. A ciò si aggiunge un problema burocratico non da poco legato all’adozione dei libri di testo: le scuole, in queste settimane, dovrebbero muoversi per definire le adozioni, ma come sottolinea Eleonora Verde della segreteria sindacale Flc Cgil Modena, ci si trova a dover operare senza conoscere quali saranno le discipline effettive e il relativo monte ore. È in questo clima di angoscia amministrativa che i Collegi dei Docenti si sono trovati costretti a votare quadri orari d’urgenza, spesso con l’unico obiettivo pragmatico di evitare la creazione di esuberi tra le fila dei professori.




