Focolaio di tubercolosi a Milano, all'Istituto di Medicina legale 8 casi accertati e 7 positivi: lo screening e le polemiche sulla prevenzione
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Redazione Salute
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Un focolaio di tubercolosi si è acceso all’interno dell’Istituto di Medicina legale di Milano, sollevando interrogativi non solo sulle modalità del contagio, ma anche sulla cultura della prevenzione all’interno degli ambienti universitari e ospedalieri. A dare l’allarme, come riportato dall’Adnkronos, è stata l’Associazione Liberi specializzandi in Medicina (Als), attraverso le parole del presidente Massimo Minerva, che ha descritto la situazione come profondamente preoccupante.
L’istituto, situato in via Mangiagalli e legato all’università Statale del capoluogo lombardo, rappresenta un centro nevralgico per le autopsie e gli accertamenti medico-legali richiesti dalla magistratura, il che rende la gestione della biosicurezza un elemento critico, tanto più alla luce di quanto emerso in queste settimane.
I numeri del contagio e lo screening in corso
I numeri parlano chiaro e delineano un quadro epidemiologico tutt’altro che trascurabile. Secondo le ultime informazioni, risultano essere otto i casi conclamati di tubercolosi tra i medici che operano all’interno della struttura, mentre altre sette persone, sempre appartenenti all’ambiente dell’istituto, avrebbero ottenuto un risultato positivo a due diversi test preliminari per la ricerca del batterio. Non si registrano, al momento, ricoveri ospedalieri per i soggetti risultati positivi, ma la situazione resta monitorata con attenzione dalle autorità sanitarie.
L’Ats della Città metropolitana di Milano ha confermato che le attività di screening sono in corso e non si limitano al personale interno, ma si estendono anche ai contatti esterni all’Istituto. La procedura prevede l’effettuazione del test cutaneo Mantoux, il classico strumento di primo livello per la diagnosi dell’infezione tubercolare; in caso di positività a questo primo step, si procede con un secondo test di conferma effettuato sul sangue, il quale, come precisato dall’Ats stessa, richiede tempistiche più lunghe per restituire l’esito definitivo.
Si stima che potrebbero volerci fino a tre settimane per avere un quadro completo e definitivo della reale estensione del focolaio.
Il nodo della prevenzione e i dati del questionario ministeriale
Al di là dell’emergenza immediata, è il tema della prevenzione a catalizzare l’attenzione dei sindacati di categoria. Massimo Minerva, presidente dell’Als, ha voluto sottolineare come l’aspetto più grave non sia tanto l’esistenza del focolaio in sé, quanto la presunta mancanza di protocolli formativi e di controllo adeguati.
In particolare, il presidente ha sollevato un interrogativo preciso riguardante la preparazione specifica per il trattamento del materiale biologico, un passaggio cruciale in un ambiente come quello della medicina legale, dove il contatto con campioni potenzialmente infetti è all’ordine del giorno. A corroborare queste perplessità, sebbene i dati non siano direttamente collegati al focolaio attuale, arriva un’indagine ministeriale.
I risultati del questionario che il ministero dell’Università somministra annualmente ai medici in formazione specialistica, e che sono pubblici sul sito dell’ateneo, rivelano un dato allarmante: nel 2024, ben il 38 per cento degli specializzandi in Medicina legale della Statale ha dichiarato di non essere sottoposto regolarmente a controlli di sorveglianza sanitaria.
Una percentuale che l’Associazione medici specializzandi considera un elemento sintomatico di una fragilità sistemica, capace di creare le condizioni favorevoli alla diffusione di patologie infettive anche in ambienti ad alto rischio come quello di via Mangiagalli.
Le indagini sull’origine del contagio
Mentre lo screening prosegue per arginare il contagio e individuare tutti i possibili soggetti esposti, le indagini epidemiologiche si concentrano ora sulla ricostruzione delle modalità di trasmissione del bacillo di Koch all’interno della struttura. Gli inquirenti e i tecnici dell’Ats stanno cercando di ricostruire la catena dei contagi, un lavoro complesso che richiede l’incrocio dei dati clinici con le mansioni e gli spostamenti del personale all’interno dell’istituto.
L’ipotesi, al momento più accreditata, è che il contagio possa essere avvenuto attraverso l’inalazione di goccioline di aerosol contaminate, prodotte da un soggetto infetto, magari durante specifiche procedure autoptiche o di manipolazione dei tessuti. L’assenza di una sorveglianza sanitaria rigorosa e di controlli periodici, come evidenziato dal questionario ministeriale, potrebbe aver contribuito a ritardare la diagnosi del caso indice, permettendo al batterio di diffondersi silenziosamente per un periodo di tempo più lungo del dovuto.
La comunità scientifica e il mondo accademico attendono ora i risultati definitivi dei test di conferma per valutare l’effettiva portata del focolaio e per stabilire se le misure di contenimento adottate in queste ore saranno sufficienti a circoscrivere l’epidemia.
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