Lukashenko cede e libera Tikhanovsky, dopo cinque anni di prigionia
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Redazione Esteri
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La scarcerazione di Sergei Tikhanovsky, avvenuta ieri insieme a quella di altri tredici dissidenti, segna una svolta inattesa in Bielorussia, dove il regime di Alexander Lukashenko non aveva mai mostrato aperture verso l’opposizione. Arrestato nel 2020, quando la moglie Svetlana Tikhanovskaya ne raccolse il testimone candidandosi alle presidenziali, Tikhanovsky era diventato il simbolo della resistenza al governo autoritario di Minsk, condannato con accuse di estremismo e terrorismo.
La mossa, definita come un “atto di clemenza”, arriva in un momento delicato per la Bielorussia, stretta tra le pressioni occidentali e l’influenza russa. Fonti vicine al Cremlino hanno sottolineato come la scarcerazione coincida con l’imminente visita di Vladimir Putin, atteso all’aeroporto di Oktjabrskij già venerdì. Ma a pesare potrebbe essere stato soprattutto l’intervento degli Stati Uniti: secondo quanto riferito dalle autorità bielorusse, la decisione è stata presa “su richiesta” del presidente Donald Trump, il cui inviato speciale per l’Ucraina, Keith Kellogg, era giunto a Minsk nelle scorse ore.
Nonostante il rilascio, la situazione nel paese resta critica. Oltre mille prigionieri politici rimangono dietro le sbarre, mentre Lukashenko continua a governare con pugno di ferro, sostenuto da Mosca. Intanto, la Tikhanovskaya – in esilio in Lituania dal 2020 – ha ringraziato Stati Uniti e Europa per il sostegno, senza nascondere che la battaglia per la democrazia è ancora lunga.




