Il buco da 8,4 miliardi che nessuno vide: come il superbonus ha affossato il 3 per cento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’obiettivo sfiorato, quello della fatidica soglia del 3 per cento, si è infranto contro un muro di cartone che nessuno, tra i palazzi del potere, aveva previsto. Quando il ministro dell’Economia si è trovato davanti ai dati definitivi dell’Istat certificati per Eurostat, l’amarezza per quei decimali mancanti – un semplice 3,07% contro il 3,04% programmato a ottobre, pari a uno scostamento di appena 598 milioni in termini assoluti – è stata immediatamente soppiantata da una più cupa sorpresa tecnica. Perché se la mancata uscita dalla procedura per deficit eccessivo brucia politicamente, a far davvero male è la scoperta di una voragine nei conti pubblici che è emersa solo a marzo inoltrato, quando ormai non si poteva più tornare indietro.

La doccia gelata di primavera

Il Documento di finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri ha infatti messo nero su bianco un episodio di opacità contabile destinato a fare discutere gli addetti ai lavori per mesi. A metà marzo, i tecnici del Mef hanno registrato l’emersione improvvisa di nuovi crediti edilizi legati alle vecchie pratiche del superbonus: una cifra pari a 8,4 miliardi di euro in più, quasi lo 0,4 per cento del Prodotto interno lordo, che nessuno aveva inserito nei radar della spesa pubblica. Si tratta, come specificato nelle note tecniche, prevalentemente di operazioni effettuate nel corso del 2025, comunicate all’Agenzia delle Entrate entro il 16 marzo di quest’anno e garantite dalle clausole di salvaguardia per chi aveva i lavori già avviati a metà ottobre 2024. In pratica, una bomba a orologeria innescata dal regime fiscale precedente, che ha fatto esplodere i conti quando ormai la legge di stabilità era stata archiviata.

Il paradosso del ministero distratto

È in questo frangente, tra i numeri rivisti al rialzo, che emerge il nocciolo più irritante della vicenda: senza quella valanga di bonus edilizi, l’Italia avrebbe tranquillamente chiuso il bilancio al 2,7 per cento, regalando al governo quella flessibilità sui 12 miliardi di investimenti in Difesa che ora appare un miraggio. Il ministro Giorgetti, pur senza nascondere l’irritazione, ha avviato accertamenti interni per capire chi, al dicastero, avrebbe dovuto monitorare l’andamento della spesa e non ha lanciato l’allarme in tempo utile. La premier, dal canto suo, ha incassato il dato complessivo del 3,1 per cento sottolineando il miglioramento rispetto al 3,3 per cento preventivato un anno fa; ma non è bastato a evitare l’ennesima stangata europea. Le uniche a muoversi in fretta, in questa storia, sono le Fiamme Gialle dell’Agenzia delle Entrate: circa 12 mila comunicazioni sono già partite verso i possessori di questi crediti "fantasma", con controlli incrociati che hanno portato a 3.500 pre-verifiche e a oltre mille situazioni già considerate irregolari.

Numeri e polemiche parallele

Nel frastuono generato da questi decimali mancati, si inseriscono anche le schermaglie politiche di rito, che però non cancellano la sostanza della doccia fredda lanciata dall’Istituto di statistica. Oltre al deficit, sono state riviste al ribasso pure le stime della crescita per il biennio in corso: il Pil 2026 scenderà allo 0,6 per cento, un passo indietro rispetto al già modesto 0,7 per cento preventivato in precedenza. E mentre il presidente della Commissione Finanze della Camera, Osnato, risponde con ironia alle critiche dell’opposizione descrivendo certi esponenti politici come "palloni gonfiati", la sostanza dei conti resta impietosa. Il Paese, appeso a un filo lungo solo 598 milioni, rimane dentro la procedura d’infrazione, con poche speranze di rivedere a breve quei margini di spesa che sarebbero serviti per la sanità o per le politiche sociali. E tutto, a conti fatti, per una gigantesca partita di crediti fiscali che è riuscita a passare inosservata fino a primavera inoltrata.

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