L’inflazione negli Stati Uniti accelera a giugno, ma meno del previsto: la Fed sotto pressione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre l’amministrazione Trump ribadisce il successo delle proprie politiche economiche, i dati più recenti sull’inflazione statunitense mostrano un quadro complesso, con segnali contrastanti che lasciano spazio a interpretazioni divergenti. A giugno, l’aumento dei prezzi al consumo ha raggiunto il 2,7% su base annua, superando sia il dato di maggio (2,4%) sia le attese degli analisti, che avevano stimato un +2,6%. Tuttavia, la componente core, escludendo i settori più volatili come energia e alimentari, è cresciuta solo dello 0,2% mensile, portando il tasso annuo al 2,9%, al di sotto delle previsioni.

Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha sottolineato come «l’inflazione di fondo — la migliore misura dell’inflazione — abbia superato o raggiunto le aspettative ogni mese da quando il presidente Trump è entrato in carica». Un’affermazione che, se da un lato trova conferma nella stabilità relativa dei dati, dall’altro non tiene conto delle pressioni inflazionistiche legate ai dazi, il cui impatto sui prezzi — secondo molti economisti — potrebbe manifestarsi con maggiore intensità nei prossimi mesi.

La Federal Reserve, intanto, si trova in una posizione delicata. I numeri di giugno, seppur inferiori alle attese per quanto riguarda l’indice core, non sembrano sufficienti a giustificare un taglio dei tassi a luglio, anche se le scommesse sui mercati finanziari si concentrano ormai su un possibile intervento a settembre. La Banca centrale, che tiene sotto osservazione soprattutto l’andamento dei prezzi al netto delle componenti più erratiche, deve bilanciare la necessità di contenere l’inflazione con il rischio di frenare un’economia che, nonostante tutto, mostra segni di resilienza.

Sullo sfondo, resta l’incognita della politica commerciale di Trump, i cui dazi — secondo alcuni — potrebbero presto riflettersi in modo più marcato sui listini, complicando ulteriormente il lavoro della Fed. Intanto, la Cina, principale bersaglio delle misure protezionistiche, continua a mostrare una tenuta economica che pochi si aspettavano, riducendo almeno in parte gli effetti globali delle tensioni commerciali.

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