Il giallo dei dodici minuti e l’ipotesi di falso nella morte del piccolo Domenico
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Redazione Interno
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L’intera inchiesta sulla scomparsa del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e mezzo deceduto dopo un trapianto di cuore eseguito all’ospedale Monaldi di Napoli, si regge adesso su un crinale sottile fatto di minuti, fogli clinici e memorie contrastanti. La Procura, che già aveva iscritto sette sanitari nel registro degli indagati per omicidio colposo, ha infatti compiuto un ulteriore passo notificando un’accusa di falso materiale e ideologico nei confronti del primario Guido Oppido e della sua assistente, la dottoressa Emma Bergonzoni. Il cuore della nuova contestazione, come si apprende da fonti giudiziarie, ruota attorno a una discrepanza temporale che potrebbe riscrivere la sequenza degli eventi in quella sala operatoria, quel pomeriggio del 23 dicembre 2025, quando un organo trasportato da Bolzano e irrimediabilmente compromesso dal ghiaccio secco venne impiantato nel piccolo paziente.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e dal sostituto Giuseppe Tittaferrante, la cartella clinica sarebbe stata oggetto di modifiche sostanziali per allineare artificiosamente l’orario del clampaggio aortico – il momento in cui si interrompe la circolazione sanguigna per rimuovere il cuore malato – con l’arrivo del nuovo organo. Se, come si legge in alcuni documenti acquisiti, il clampaggio risulterebbe segnato alle 14:18, mentre l’arrivo in sala della teca contenente il cuore donato è fissato intorno alle 14:30, si aprirebbe uno scenario inquietante: il bambino sarebbe stato lasciato senza cuore per almeno dodici minuti, in attesa di un organo che, quando finalmente giunse, si rivelò un “blocco di ghiaccio” inservibile. Una circostanza, questa, che troverebbe riscontro anche nei verbali di alcuni membri dell’équipe, i quali avrebbero riferito ai magistrati una ricostruzione differente rispetto a quella ufficialmente riportata.
Dalle carte emergono dettagli che gettano ombre ulteriori sulla gestione di quelle fasi concitate. La madre di Domenico, Patrizia Mercolino, sentita nei giorni scorsi in Procura, ha fornito un contributo che gli investigatori ritengono decisivo: la donna, che non si era mai allontanata dai pressi della sala operatoria, ha dichiarato con sicurezza che qualcuno del personale le comunicò l’arrivo del cuore intorno alle 14:30. Una testimonianza che, se corroborata da altri elementi, renderebbe palese la discrepanza con l’orario dell’espianto riportato sui documenti ufficiali. E non è tutto: la Procura ha posto sotto sequestro il telefono cellulare di una perfusionista presente in sala, all’interno del quale sarebbero custoditi alcuni video amatoriali girati durante l’intervento. Le immagini, che secondo il legale della famiglia Petruzzi potrebbero ritrarre sia il momento in cui il cuore giunse in sala sia la fase in cui il torace del piccolo era già vuoto, saranno analizzate nei prossimi giorni tramite una copia forense, per stabilire con certezza la sequenza cronologica degli eventi.
L’interrogatorio della madre e le zone d’ombra sulla comunicazione
L’audizione di Patrizia Mercolino, durata circa due ore, ha permesso di mettere nero su bianco non solo la questione degli orari, ma anche un altro aspetto che la Procura intende approfondire: quello relativo alle informazioni ricevute dalla famiglia nei giorni successivi al trapianto. La donna, assistita dall’avvocato Petruzzi, ha riferito ai magistrati di non aver mai ricevuto spiegazioni chiare sulle reali condizioni dell’organo trapiantato e sulle cause del suo progressivo deterioramento, nonostante gli incontri con i sanitari. In particolare, la madre ha riferito di aver appreso dalla stampa, attraverso un articolo, che il cuore era stato danneggiato dal ghiaccio secco, circostanza che nessuno, fino a quel momento, le aveva comunicato apertamente. Un episodio che getta luce sul clima di opacità che, secondo l’accusa, avrebbe caratterizzato la gestione dell’intera vicenda, spingendo la direzione sanitaria a ordinare un’ispezione interna già a fine dicembre, i cui esiti sarebbero poi confluiti nel fascicolo aperto in magistratura.
La posizione del dottor Oppido, un cardiochirurgo che negli anni aveva costruito un solido rapporto di fiducia con centinaia di famiglie, si fa dunque sempre più complessa. I suoi legali, i professori Vittorio Manes e Alfredo Sorge, hanno già anticipato che il medico si sottoporrà all’interrogatorio fissato per il 31 marzo con l’intenzione di dimostrare l’infondatezza delle accuse, chiarendo che la ricostruzione della Procura si baserebbe più su ricordi soggettivi di alcuni presenti che su riscontri documentali oggettivi. Una linea difensiva che punta a evidenziare come, nella concitazione di un evento così drammatico, la registrazione precisa dei minuti possa essere andata incontro a inevitabili approssimazioni, senza che questo configuri necessariamente un deliberato intento falsificatorio. Tuttavia, per i magistrati partenopei, la differenza tra le 14:18 del clampaggio e le 14:30 dell’arrivo del cuore non rappresenta un dettaglio trascurabile, ma il perno attorno al quale valutare la possibilità che si sia tentato di allineare i fatti a una versione più lineare e meno problematica.
L’ispezione regionale e il nodo delle responsabilità organizzative
Parallelamente all’inchiesta penale, che vede indagati i sette professionisti, la macchina amministrativa della Regione Campania ha avviato un’ispezione straordinaria presso l’Azienda ospedaliera dei Colli, cui fa capo il Monaldi. I primi accertamenti condotti dalla Direzione generale per la tutela della salute avrebbero già delineato un quadro di criticità definito “sistemico”, andando ben oltre il singolo errore umano. Si parla, negli atti preliminari, di protocolli di trasporto e conservazione degli organi non aggiornati, di una formazione del personale inadeguata e di un clima relazionale interno deteriorato, elementi che avrebbero creato il terreno fertile per una tragedia forse evitabile. La stessa direttrice generale Anna Iervolino, pur respingendo le ipotesi di dimissioni, ha dichiarato di sentirsi “tradita” dal primario, riferendo di aver ricevuto una relazione completa solo l’8 gennaio, ben oltre i tempi ragionevoli per una piena e trasparente ricostruzione di quanto accaduto.
La vicenda, nel suo complesso, si arricchisce quindi di strati interpretativi sempre più fitti. Da un lato la Procura stringe il cerchio attorno ai due chirurghi, ritenendo che le alterazioni documentali possano configurare un tentativo di proteggersi da future responsabilità; dall’altro l’intero sistema organizzativo dell’ospedale viene passato al setaccio per capire se negligenze più ampie e radicate abbiano contribuito a rendere possibile quella catena di errori. La morte di Domenico, avvenuta il 21 febbraio dopo due mesi di agonia, non è più soltanto la cronaca di un trapianto finito male, ma il simbolo di un meccanismo complesso in cui ogni ingranaggio – dalla conservazione dell’organo al suo trasporto, dalla comunicazione interna alla registrazione dei dati – sembra aver funzionato in modo difettoso. I prossimi accertamenti tecnici, insieme all’analisi dei video sequestrati e alle testimonianze dei sanitari, saranno chiamati a fare luce su quei dodici minuti che potrebbero racchiudere la chiave dell’intera vicenda.
Description: Nuovi sviluppi nell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico: due medici indagati per falso. La Procura di Napoli contesta modifiche alla cartella clinica per giustificare i tempi del trapianto.




