The Boys 5, la terza puntata tra violenza generazionale, omaggi a Supernatural e inquietanti specchi con l’attualità

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nel terzo episodio della quinta stagione di The Boys, in cui la macchina da presa si sofferma su un dettaglio che per molti sarebbe solo un accessorio, ma che per lo showrunner Eric Kripke rappresenta un vero e proprio filo rosso con il suo passato. Jensen Ackles, nei panni di quel Soldier Boy sempre al limite della decomposizione umana e morale, impugna una Colt 1911, e lo fa con una tale naturalezza da trasformare la scena in un tributo implicito, quasi dovuto, a Supernatural. Non è un caso, chiaramente, che l’attore – storico volto di Dean Winchester – si ritrovi tra le mani quel marchio iconico; nella serie dei fratelli Winchester, la Colt non era un semplice oggetto, ma la chiave di volta per uccidere qualsiasi creatura sovrannaturale, un’eredità che Kripke ha voluto riaccendere in questa sua nuova, cinica odissea di supereroi corrotti. Si tratta di un’operazione che gioca sulla nostalgia, certo, ma che al contempo stratifica il personaggio, rendendolo una versione marcia e distorta del cacciatore di demoni che i fan hanno amato per quindici stagioni, e la scelta di far pronunciare a Soldier Boy il nome esatto del modello (“Colt 1911”) trasforma quella che poteva essere una semplice comparsa in un vero e proprio dialogo metanarrativo con lo spettatore più attento.

Il ciclo infinito della vendetta e la scelta (rara) della rinuncia

Se da un lato l’anima fan service dell’episodio si manifesta attraverso questi oggetti di culto, dall’altro la scrittura di Kripke si spinge molto più in là, addentrandosi in un terreno minato fatto di dolore ereditato e scelte impossibili. Il cuore pulsante della puntata, come rivelato dallo stesso showrunner in alcune interviste, è l’esplorazione del cosiddetto “ciclo della violenza”, un meccanismo perverso per cui ogni atto di giustizia sommaria genera inevitabilmente l’odio dei figli, costringendo le generazioni future a proseguire una guerra che non ricorda più nemmeno l’origine. In questo scenario, Kripke mette in scena tre giovani – tre “figli di” – che si muovono come automi spinti dalla sete di rivalsa, ma c’è una nota dolente, quasi straniante per gli standard della serie, che emerge dal caos. Tra i tre, uno solo riesce a spezzare la catena: Zoe, la figlia della defunta Victoria Neuman, la quale, dopo aver scoperto che il padre è ancora vivo e dopo aver appreso la verità sulla morte della madre, sceglie di abbandonare la via della vendetta per allontanarsi con il genitore, distruggendo fisicamente il lavoro del virus che avrebbe dovuto scatenare l’apocalisse. Lo showrunner ha commentato questa scelta definendola il vero “lieto fine” della puntata, sottolineando come Zoe abbia la possibilità di costruirsi un futuro proprio perché ha rifiutato l’abbraccio mortale della rivalsa, a differenza di Ryan o di Maverick, che invece restano intrappolati in un destino di sangue e sopraffazione.

Patriota, la messa in scena del divino e la coincidenza (troppo) perfetta

Ma l’episodio intitolato “Every One of You Sons of Bitches” non vive solo di dramma generazionale o di citazioni affettuose; c’è un’altra sequenza, quella che coinvolge Patriota, che ha fatto scattare un meccanismo di inquietante parallelismo con la cronaca politica statunitense. Nella terza puntata, il superuomo interpretato da Antony Starr ha una visione – un’allucinazione generata dal suo ego ormai completamente sbriciolato – in cui Madelyn Stillwell scende dal cielo come un angelo avvolto da una luce abbagliante, paragonandolo a Gesù e sostenendo che, in fondo, il Figlio di Dio non merita più amore di lui. Ebbene, questa scena, scritta e girata mesi fa, è andata in onda esattamente nella stessa settimana in cui il presidente Donald Trump ha pubblicato – e poi cancellato – un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che lo ritraeva con le sembianze di Cristo, in una deriva autoritaria e religiosa che ha spaccato il dibattito pubblico. La coincidenza è talmente forte che lo stesso Kripke, interpellato dalla stampa, ha reagito con un misto di stanchezza e ironia, ammettendo che la realtà sta superando la satira a una velocità tale da rendere quasi superfluo il lavoro degli sceneggiatori.

Lo showrunner e quel dialogo forzato con la Casa Bianca

Non è un mistero che la costruzione di Patriota, fin dal suo esordio, sia stata pensata come una “analogia” – per usare un eufemismo – con certe tendenze populiste e narcisiste della politica americana, e Kripke non ha mai nascosto questa matrice. Tuttavia, con l’episodio 3, il gioco si è fatto più duro, perché non si tratta più di una generica somiglianza, ma di una vera e propria anticipazione di uno specifico gesto comunicativo. Mentre i social network bruciavano per il post del presidente, lo showrunner ha rilasciato dichiarazioni piuttosto taglienti, sottolineando come sarebbe bello se l’amministrazione Trump smettesse di “promuovere” la serie rendendo reali le sue più distopiche invenzioni. La questione, per chi segue la serie, è paradossale: più The Boys cerca di esagerare i tratti del suo villain per renderlo grottesco e inverosimile, più la cronaca gli corre dietro, restituendo un’immagine della realtà che non ha bisogno di trucchi per essere allarmante. In questo senso, il terzo episodio diventa un artefatto culturale singolare, un prodotto di finzione che si è trovato a commentare i fatti di cronaca senza nemmeno avere il tempo di metabolizzarli, come se lo specchio tra l’opera e il mondo si fosse incrinato mostrando lo stesso, identico volto.

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