Salvini blinda la conferenza stampa: “Non rispondo su Santanché, Delmastro e nomine”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Matteo Salvini ha scelto la linea del perimetro invalicabile, quella che stabilisce confini netti tra un atto istituzionale e il fuoco incrociato delle polemiche di governo. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, intervenuto alla Camera dei deputati per una conferenza stampa dedicata al riconoscimento della comunità romena come minoranza linguistica nazionale, ha deciso di mettere le mani avanti prima ancora che i cronisti potessero formulare una domanda. In una sala gremita, con alle spalle il palinsesto di una misura legislativa di cui si è detto orgoglioso, ha voluto ribadire – con un tono misurato ma fermo – quale fosse l’unico argomento legittimamente trattabile in quella sede. “Ovviamente io immagino che la comunità giornalista italo-rumena qua presente fosse presente solo e soltanto per l’interesse della norma di legge che siamo andati a presentare e quindi prevengo”, ha esordito, lasciando intendere che qualsiasi deviazione dal tema sarebbe stata considerata fuori luogo. La sua dichiarazione, che suonava quasi come un avvertimento bonario ma al tempo stesso categorico, si è concretizzata nella chiusura secca a tre nomi che rappresentano altrettanti fronti caldi dell’attuale scenario politico: Santanché, Delmastro e le nomine.

Il muro alzato dal titolare dei trasporti

L’atteggiamento di Salvini durante l’incontro con i giornalisti ha rivelato la volontà di scindere artificiosamente – ma con grande determinazione – il piano dell’attività legislativa da quello delle crisi di governo. Non è un dettaglio secondario che il ministro abbia scelto di utilizzare una strategia preventiva, una sorta di blindatura a monte del confronto, per evitare che la rilevanza del provvedimento sui romeni venisse oscurata dalle tensioni interne alla maggioranza. “Io rispondo ovviamente, come sempre, col sorriso a qualunque domanda che riguardi il tema della mattinata”, ha aggiunto, quasi a voler sdrammatizzare una situazione che invece, nei fatti, appare tutt’altro che rilassata. Con questa premessa, ha escluso in maniera esplicita di voler affrontare le questioni legate alla ministra del Turismo, al sottosegretario Delmastro o ai rimpasti e agli equilibri di potere che stanno attraversando il centrodestra. Un muro, quello alzato da Salvini, che arriva nel momento più delicato per l’esecutivo, quando il terremoto interno sembra aver scardinato le fragili tregue raggiunte nelle settimane precedenti.

Le dimissioni di Santanché: la fine di una resistenza breve

La tensione che ha costretto Salvini a schermare la conferenza stampa affonda le radici in una vicenda che ha tenuto banco per meno di ventiquattro ore. Daniela Santanchè, ministra del Turismo, ha infine ceduto alla pressione dell’ala politica che ne chiedeva il passo indietro. Quella che sembrava una strenua resistenza si è trasformata in una resa annunciata, avvenuta nel giorno più difficile della sua lunga parabola pubblica. Nell’abbandonare il dicastero, Santanchè ha obbedito alla richiesta della premier Giorgia Meloni, ma non ha rinunciato a lasciare traccia della propria amarezza. “Cara Giorgia lascio, il mio certificato penale è immacolato ma sono abituata a pagare i conti anche quelli degli altri, non volevo essere un capro espiatorio”: queste le parole che hanno accompagnato la sua uscita di scena, un atto di obbedienza formale accompagnato però da un gesto di orgoglio personale che restituisce l’idea di una rottura consumatasi nel sangue freddo della realpolitik.

Una vita in scena e il ritiro nella Versilia

Nata Garnero a Cuneo nel lontano 1961, cresciuta in una famiglia severissima dedita ai trasporti, Daniela Santanchè ha costruito la propria identità pubblica su un immaginario di successo e trasgressione misurata. La fascinazione giovanile per Flavio Briatore – che l’avrebbe poi accompagnata nell’avventura del Billionaire e del Twiga Beach Club – rappresentava già allora la proiezione di un modello di vita fatto di luci, ribalta e affermazione sociale. Locali, quelli, che lei non ha mai amato definire tali, preferendo interpretarli come dichiarazioni di identità. Dopo l’annuncio delle dimissioni, il ritiro nella sua dimora in Versilia, dove una cena a base di pesce e bollicine con il figlio e il compagno Dimitri Kunz d’Asburgo ha cercato di lenire il sapore amaro della sconfitta. Una lunga passeggiata nel parco della Versiliana ha fatto da contrappunto a una giornata segnata dall’amarezza di chi è stato costretto a lasciare, proprio mentre la premier avviava un’operazione di “repulisti” interna al partito in seguito al risultato del referendum che ha scosso le fondamenta della coalizione.

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