Mille soldati italiani nelle basi in Medioriente, scatta l’allerta
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Redazione Interno
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È l’alba di una nuova, gravissima crisi in Medioriente, e l’Italia – con il suo migliaio di soldati dislocati tra Iraq e Kuwait – si trova suo malgrado in trincea. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e la conseguente risposta missilistica di Teheran, non hanno solo infiammato una regione già al limite, ma hanno messo a dura prova la macchina della sicurezza nazionale. La priorità assoluta, nelle concitate ore successive ai raid, è stata una sola: mettere al riparo il personale italiano. Le esercitazioni sono state immediatamente sospese, le attività di addestramento interrotte e i militari trasferiti nei bunker. Un dispositivo di sicurezza entrato in funzione quando le prime notizie parlavano di basi colpite nell’area del Golfo. Ed è stato proprio il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a dover dare la prima, parzialmente rassicurante notizia: una base in Kuwait, dove sono stanziati circa trecento nostri connazionali in divisa, è finita nel mirino della rappresaglia iraniana. La pista dell’aeroporto ha riportato danni ingenti, hanno spiegato fonti della Difesa, ma i soldati – che erano tutti nei bunker – sono incolumi. Un episodio che conferma quanto il confine tra conflitto e sicurezza dei nostri contingenti, divisi tra la base di Ali Al Salem in Kuwait e quella di Erbil, nel Kurdistan iracheno, sia divenuto improvvisamente labile.
Il ministro della Difesa bloccato a Dubai mentre gli Usa colpiscono
Mentre gli Stati Uniti attaccavano l’Iran, in Italia mancava un ministro. Guido Crosetto, titolare della Difesa, si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato: a Dubai, a un passo dal conflitto, dove era arrivato venerdì con un volo civile per ricongiungersi con la famiglia in vacanza. L’escalation della notte lo ha costretto a rimanere lì, bloccato dalla chiusura dello spazio aereo decisa dopo i raid e la risposta iraniana. Una situazione paradossale che ha scatenato immediatamente le critiche delle opposizioni, con il Movimento 5 Stelle che ha parlato di “marginalità del governo”. I Servizi segreti, è stato fatto notare da più parti, non erano stati informati di questo viaggio privato, sollevando più di una perplessità sulla catena di comando e sulla comunicazione interna all’esecutivo proprio mentre in Medio Oriente esplodeva una guerra che vede coinvolti anche i nostri alleati storici. Da Dubai, Crosetto ha comunque seguito in videocollegamento il vertice di emergenza convocato a Palazzo Chigi, confermando di essere in contatto con i suoi omologhi americani e alleati. L’obiettivo, ha scritto in una nota, è evitare la “spiralizzazione del conflitto”, ma resta evidente la difficoltà di coordinamento in una fase tanto delicata.
Il governo tra informazione mancata e linea equilibratrice
Che l’attacco fosse imminente non era un mistero per il governo italiano. Che venisse sferrato con una tale portata, invece, ha colto di sorpresa anche Palazzo Chigi. La premier Giorgia Meloni lo ha appreso a cose fatte, attorno alle sette di mattina, quando il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha alzato la cornetta per informare il capo della Farnesina Antonio Tajani. Una comunicazione formale, più che una concertazione, che ha messo l’Italia di fronte al fatto compiuto. La linea del governo è apparsa subito chiara, seppur in bilico su un crinale stretto: non dissociarsi apertamente dai raid di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, per non rompere l’alleanza strategica, ma nemmeno intrupparsi nel gruppo dei favorevoli al blitz. Col rischio concreto di apparire bellicisti agli occhi dell’opinione pubblica interna e internazionale. La posizione ufficiale, ribadita nei colloqui con il cancelliere tedesco Merz e il premier britannico Starmer, è quella di lavorare alla de-escalation. Una parola d’ordine, “allentare le tensioni”, ripetuta come un mantra per provare a tenere insieme la condanna dell’aggressione e la tutela dei nostri soldati e civili nell’area, che restano la priorità assoluta.
Centinaia di italiani da mettere in salvo tra Iran e Golfo
Oltre ai militari, la macchina della Farnesina si è messa in moto per garantire l’incolumità dei civili. Il numero dei connazionali presenti nell’area è impressionante: nell’intera regione del Golfo si contano decine di migliaia di italiani, tra residenti e turisti. Solo in Iran, nonostante i ripetuti inviti a lasciare il Paese nelle scorse settimane, ne rimangono circa cinquecento. Persone che hanno scelto di non andarsene, in molti casi perché legate da matrimoni o lavoro stabile. Il piano per l’evacuazione è pronto, ma al momento l’indicazione per tutti è di non muoversi, di restare negli hotel e di seguire le indicazioni delle ambasciate. Una scelta prudenziale, dettata dalla chiusura degli spazi aerei e dalla difficoltà di organizzare corridoi umanitari in una fase in cui i missili continuano a cadere. Tra i turisti bloccati a Dubai, immortalati in immagini surreali mentre prendevano il sole con i missili intercettati nei cieli, c’è anche la rapper Big Mama, che sui social ha raccontato l’incubo di sentirsi i razzi sulla testa. Un’emergenza che richiederà ore, forse giorni di lavoro per riportare a casa tutti in sicurezza, mentre la diplomazia prova a correre ai ripari per evitare che questa nuova guerra precipiti definitivamente il Medioriente nel baratro.




