La sospensione di due dirigenti medici e l’ombra del dolo eventuale sulla morte del piccolo Domenico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’Azienda Ospedaliera dei Colli, dalla quale dipende l’ospedale Monaldi di Napoli, ha ufficializzato ieri sera il provvedimento di sospensione dal servizio per due dirigenti medici coinvolti nella vicenda del trapianto fallito sul piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo morto lo scorso 21 febbraio dopo che il cuore a lui destinato, prelevato a Bolzano, era giunto nella struttura partenopea ormai danneggiato in modo irreversibile. Il provvedimento disciplinare, come si legge in una nota diffusa dalla stessa azienda, è stato adottato una volta acquisiti gli atti dei procedimenti a carico dei sanitari, mentre per gli altri professionisti coinvolti l’iter prosegue secondo la normativa vigente. Si allarga intanto il fronte giudiziario: sette sono al momento le persone iscritte nel registro degli indagati dalla Procura di Napoli, che ipotizza a vario Titolo il reato di omicidio colposo in concorso, sebbene il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, abbia formalmente richiesto un aggravamento dell’accusa trasformandola in omicidio volontario con dolo eventuale, una prospettiva che punta a verificare se vi fosse la consapevolezza del rischio da parte dell’equipe medica.

La catena di errori e l’uso del ghiaccio secco

A determinare l’esito fatale sarebbe stata, secondo quanto emerge dalla sa relazione di 295 pagine inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute, una sequenza di tre errori principali che hanno compromesso la vitalità dell’organo già durante la fase di trasporto. L’équipe partenopea partita per l’Alto Adige, quella che aveva la responsabilità dell’intera procedura di prelievo come confermato anche dall’Azienda sanitaria altoatesina, si sarebbe presentata con una dotazione tecnica quantomeno inadeguata: una quantità di ghiaccio infinitesimale rispetto al necessario e un contenitore di plastica ritenuto idoneo per materiale istologico ma non per la conservazione di un cuore da trapiantare. Quando, nell’emergenza, è stato richiesto del ghiaccio integrativo al personale dell’ospedale San Maurizio, qualcuno ha fornito del ghiaccio secco, le cui temperature proibitive, prossime ai settanta gradi sotto zero, hanno di fatto congelato l’organo rendendolo inutilizzabile. I carabinieri del Nas di Trento, su mandato della Procura di Napoli, stanno ora cercando di accertare chi, materialmente, abbia messo a disposizione quel tipo di refrigerante e chi fosse presente in sala operatoria in quei concitati momenti.

Le contestazioni sulla procedura chirurgica e la gestione dell’anticoagulazione

Non si tratta però soltanto di un problema legato alla logistica o alla catena del freddo. La relazione inviata dal Dipartimento di Prevenzione Sanitaria e Salute della Provincia Autonoma di Bolzano al ministero della Salute, datata 18 febbraio, solleva perplessità ben più profonde sull’operato del team napoletano durante la fase di espianto, durata poco meno di un’ora. Si parla, nei documenti, di criticità relative alla procedura chirurgica vera e propria, con un drenaggio ritenuto insufficiente durante la fase di perfusione che avrebbe causato una congestione di fegato e cuore, tanto da richiedere un intervento correttivo da parte dei chirurghi di Innsbruck presenti in sala a monitorare l’operazione. E ancora, viene segnalata un’incertezza nella gestione dell’anticoagulazione con eparina, un passaggio cruciale in un intervento di questo tipo. Tutti elementi che, sommati alla vicenda del ghiaccio e del contenitore, delineano un quadro in cui la responsabilità del centro ricevente appare centrale, tanto che al momento nessun dipendente dell’ospedale di Bolzano risulta indagato.

I box tecnologici dimenticati e i 45 giorni di silenzio

Uno degli aspetti che più hanno scosso l’opinione pubblica, e su cui si concentrano ora le verifiche degli inquirenti, riguarda la disponibilità all’interno dello stesso Monaldi di strumenti moderni che avrebbero potuto evitare la tragedia. Nella relazione firmata dal direttore generale Anna Iervolino e dal direttore sanitario Angela Annechiarico si attesta che fin dal 2023 l’Azienda dei Colli si era dotata del sistema di trasporto Paragonix, dispositivi di ultima generazione per la conservazione e il trasporto degli organi in condizioni di ipotermia controllata. Ebbene, a dicembre scorso, quando l’equipe partì per Bolzano, in sala operatoria erano disponibili due di questi dispositivi e un terzo era presente in farmacia. Alla domanda su come mai non fossero stati utilizzati, i medici hanno risposto di non essere a conoscenza della loro disponibilità in azienda. Un’ammissione che getta un’ombra pesante sulla organizzazione interna e sulla comunicazione tra i reparti. Ma c’è di più: l’avvocato Petruzzi, sulla base della documentazione acquisita, parla di un “palese tentativo di occultamento” nei 45 giorni successivi al trapianto, quando, a suo dire, non sarebbe stata eseguita nemmeno una Tac cerebrale sul bambino e le cartelle cliniche non sarebbero state condivise con altri centri specializzati, quasi che approfondire la situazione avesse significato ammettere implicitamente l’esistenza di un problema. Il fascicolo è ora al vaglio del gip, che ha disposto l’incidente probatorio con autopsia e perizia collegiale affidata a esperti di Torino, Bergamo e Bari.

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