Morte di Domenico dopo il trapianto, la procura stringe il cerchio: sette indagati e un'ipotesi di dolo
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Redazione Interno
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L’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico, il bambino di due anni deceduto dopo un disperato tentativo di salvare la sua vita con un trapianto di cuore, si arricchisce di nuovi, drammatici particolari e vede allargarsi la platea dei sanitari finiti nel registro degli indagati. La Procura di Napoli, al lavoro per ricostruire ogni singolo passaggio di quella catena di errori che ha portato al trapianto di un organo ormai compromesso, ha ufficialmente iscritto una settima persona, una dirigente dell’ospedale Monaldi, nell’elenco di chi deve rispondere di lesioni colpose gravissime, reato destinato a trasformarsi in omicidio colposo nelle prossime ore. Ma la svolta, nelle ultime ore, riguarda la possibile ridefinizione del capo d’imputazione: la famiglia della vittima, assistita dall’avvocato Francesco Petruzzi, ha depositato un’integrazione di richieste chiedendo che per i medici si proceda per omicidio volontario con dolo eventuale, una linea investigativa che punta a valutare se qualcuno, in sala operatoria, abbia agito con la coscienza e l’accettazione del rischio di provocare la morte del paziente.
Il cuore della discordia, letteralmente “una pietra” secondo le agghiaccianti descrizioni dei presenti, era arrivato al Monaldi da Bolzano in un contenitore termico assolutamente inadeguato e, dettaglio ancora più agghiacciante, era stato immerso nel ghiaccio secco, una sostanza che raggiunge temperature di decine di gradi sotto zero e che non dovrebbe mai essere utilizzata per la conservazione di un organo da trapiantare. Le immagini dei Nas, ora agli atti, mostrano il frigo da cui è stato prelevato quel ghiaccio all’ospedale di Bolzano, con tanto di avvertenza sulla porta: “Ghiaccio secco, agente refrigerante”. Un’evidenza che stride con la ricostruzione di chi, da Napoli, si è giustificato affermando di aver chiesto del semplice ghiaccio. A rendere l’intera vicenda ancora più paradossale è la scoperta, contenuta in una relazione di 295 pagine inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute, che l’Azienda ospedaliera dei Colli aveva in dotazione, fin dal 2023, tre dispositivi Paragonix, box tecnologici di ultima generazione per il trasporto sicuro degli organi, ma l’equipe partita per il prelievo ha dichiarato di non essere stata informata della loro disponibilità.
La notte del 23 dicembre, in sala operatoria, si consuma una tensione che i testimoni descrivono come “tagliata a fette”. Gli infermieri presenti hanno raccontato agli inquirenti che al rientro dell’equipe da Bolzano, il primario cardiochirurgo Guido Oppido, che aveva già proceduto all’espianto del cuore malato di Domenico, si accorse immediatamente delle condizioni pietrificate dell’organo donato e manifestò tutta la sua ira nei confronti della collega responsabile della missione di prelievo, Gabriella Farina. In quel frangente, secondo le testimonianze, si tentò in ogni modo di recuperare il cuore, sciacquandolo prima con acqua fredda, poi tiepida e infine calda, ma senza alcun risultato. E fu probabilmente a quel punto, con il piccolo paziente già in circolazione extrarea e il suo cuore ormai rimosso, che si consumò la scelta fatale di procedere comunque all’impianto di un organo ormai compromesso, nella consapevolezza, forse, che non ci fossero alternative percorribili.




