La nuova legge elettorale, il proporzionale con premio e il nodo del consenso che riapre il cantiere
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il tema della legge elettorale, in queste ore, torna a occupare il centro dell’agenda politica con un’intensità che non è soltanto procedurale, perché la riforma del sistema di voto, da sempre terreno di scontro tra maggioranza e opposizioni, si intreccia ora con le conseguenze politiche del referendum costituzionale sulla giustizia, il cui esito ha modificato gli equilibri. È martedì, in commissione Affari costituzionali alla Camera, che l’iter prende formalmente il via con l’incardinamento del testo proposto dal centrodestra, un provvedimento che sarà abbinato ad altre otto proposte – depositate anche dalle opposizioni – sulla stessa materia, in un tentativo, a quanto si apprende, di costruire una base di confronto che eviti passaggi forzati. L’obiettivo dichiarato, in casa di Fratelli d’Italia, è sostituire il Rosatellum con un impianto proporzionale che introduca un premio di maggioranza per scongiurare il rischio di un parlamento senza una chiara indicazione di governo, una possibilità che dopo i risultati referendari appare meno remota per l’esecutivo.
A scandire i tempi della discussione saranno quattro relatori, uno per ciascuna forza della coalizione: al presidente della commissione Nazario Pagano (Forza Italia) si affiancheranno Angelo Rossi (Fratelli d’Italia), Igor Iezzi (Lega) e Alessandro Colucci (Noi Moderati), a testimoniare la volontà di gestire in modo condiviso un dossier che, nelle intenzioni di palazzo Chigi, rappresenta una priorità per la stabilità futura del paese. Tuttavia, la strada si presenta in salita fin dalle battute iniziali, non solo per la complessità tecnica di un intervento che tocca meccanismi delicati come il ballottaggio, le liste bloccate e l’entità del premio, ma anche per il muro opposto dal centrosinistra, che considera il testo depositato prima del voto referendario come irricevibile e frutto di una mera convenienza di maggioranza. Il primo passo sarà probabilmente rappresentato da una fase di audizioni, con l’intento di arrivare a un testo base che, assicurano fonti della maggioranza, non verrà “blindato”, lasciando spazio a modifiche, soprattutto su quegli aspetti che le opposizioni indicano come precondizione per un dialogo.
È proprio sul meccanismo del premio di maggioranza che si concentrano le maggiori tensioni, perché il testo originario prevede l’attribuzione di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione che superi la soglia del 40% dei consensi, un meccanismo che, secondo il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, rappresenterebbe una “super-truffa” capace di stravolgere la volontà popolare. In realtà, all’interno della stessa maggioranza, emergono posizioni articolate: mentre Fratelli d’Italia spinge per un impianto che garantisca un vincitore certo, Forza Italia e Lega guardano con cautela al ballottaggio, e non mancano le aperture a un aggiustamento del premio – magari rendendolo variabile per evitare che la coalizione vincente superi la “soglia costituzionale” del 55% dei seggi –, una ipotesi che potrebbe rappresentare un terreno d’incontro con le forze di opposizione.
Dietro la contingenza parlamentare, si muovono dinamiche politiche profonde che riguardano la rappresentanza e la governabilità, perché la legge elettorale, lungi dall’essere un semplice dispositivo tecnico, costituisce il luogo in cui la volontà popolare si traduce in indirizzo politico. La proposta del centrodestra, che alcuni hanno già ribattezzato “Stabilicum”, punta a superare i collegi uninominali per concentrarsi su collegi plurinominali con liste bloccate – quindi senza preferenze –, una scelta che se da un lato semplifica la formazione delle liste, dall’altro solleva perplessità in chi, come il Movimento 5 Stelle, rivendica storicamente l’importanza della preferenza personale. I nodi politici sono strettamente legati a quelli tecnici: la definizione dei collegi, alla luce dell’esito referendario, diventa un elemento non secondario, con Fratelli d’Italia che avrebbe già avvertito gli alleati che le pretese territoriali non potranno essere le stesse del 2022, dato il ridimensionamento del numero di quelli considerati “sicuri” per la coalizione.
Le opposizioni alzano il muro, la maggioranza cerca un dialogo dopo la sconfitta referendaria
La sconfitta del “Sì” al referendum sulla giustizia ha agito da acceleratore sulla volontà della destra di portare a casa rapidamente la riforma elettorale, ma ha anche reso esclusi scenari di approvazione a colpi di maggioranza, imponendo di fatto la ricerca di un confronto con il centrosinistra. Le opposizioni, a partire dal Partito Democratico, hanno subito etichettato la proposta come “inaccettabile”, con il capogruppo al Senato Francesco Boccia che ha chiesto il ritiro del testo, considerato alla stregua di una clava per garantirsi artificialmente una maggioranza. Tuttavia, analisi più approfondite rivelano come, al di là della retorica dello scontro, la legge disegnata dal centrodestra presenti punti di contatto involontari con alcune esigenze del Partito Democratico, in particolare per quanto riguarda la garanzia di un vincitore certo – uno scenario che per la segretaria Elly Schlein potrebbe rappresentare un modo per evitare quelle larghe intese che hanno storicamente logorato il partito – e la definizione del candidato premier, un nodo che le primarie di coalizione potrebbero risolvere in modo favorevole alla sua leadership. Un canale di comunicazione formale, per ora, resta chiuso, ma è considerato indispensabile dalla maggioranza per provare a sciogliere i nodi più spinosi.
I tempi dell’iter, tra audizioni e modifiche, in un quadro costituzionale che impone vincoli
I tempi dell’iter, sebbene calendarizzati con l’incardinamento di martedì, non saranno brevi: dopo la pausa pasquale, la commissione procederà con le audizioni, un passaggio che allungherà i tempi ma che appare necessario per cercare di assorbire le richieste di modifica che arrivano sia da sinistra che dall’interno della maggioranza. Tra gli aspetti su cui il dibattito si concentrerà con maggiore intensità vi sono il ballottaggio – previsto in caso di mancato raggiungimento del 40% da parte di una coalizione ma con due soglie oltre il 35% – e la questione delle liste bloccate, su cui Fratelli d’Italia ha annunciato emendamenti per introdurre le preferenze, una proposta che però incontra le resistenze degli alleati. Il presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Amoroso, ha recentemente ricordato i principi affermati dalle sentenze del 2014 e del 2017, avvertendo che sia il premio di maggioranza, sia il ballottaggio, sia le liste bloccate dovranno rispettare quei paletti per non incorrere in profili di incostituzionalità, un monito che il centrodestra afferma di avere tenuto in considerazione nel lavoro preparatorio. In questo quadro, la possibilità di arrivare a un testo definitivo dipenderà dalla capacità di trovare una sintesi tra l’obiettivo di stabilità perseguito dalla maggioranza e le garanzie di rappresentanza richieste dalle opposizioni.




