De Angelis e Clancy: da Bologna ai David, il respiro della provincia tra musica e cantieri

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Otto David di Donatello, otto. Un numero che pesa, eccome, se si considera che il film ‘Le città di pianura’ – opera seconda del regista bellunese Francesco Sossai – è partito da lontano, da quelle periferie esistenziali che l’autore stesso descrive come “provincia dove i bar sono come rifugi antiatomici”. La cerimonia, tenutasi mercoledì sera a Roma, è stata una lunga maratona (terminata quasi alle due di notte) che ha messo a dura prova la pazienza anche degli spettatori più fedeli, quelli che ogni anno accettano il rituale: un susseguirsi di statuette consegnate, ringraziamenti a raffica, e la fatica immane di trasformare in show televisivo una premiazione che, per sua natura, ripete gli stessi meccanismi. Sul palco di Cinecittà, a dirigere l’orchestra degli eventi, c’era Flavio Insinna, chiamato a compiere l’arduo esercizio di tenere insieme il rispetto per l’Accademia e la necessità di non far sprofondare il pubblico nella noia.

La canzone, Krano e quella piccola etichetta bolognese

Tra le otto statuette portate a casa dalla pellicola – miglior film, regia, produzione, sceneggiatura originale (scritta con il pordenonese Adriano Candiago), attore protagonista (Sergio Romano), montaggio (Paolo Cottignola), casting (ancora Candiago) e canzone originale – ce n’è una che profuma di Bologna, e non solo per caso. Il premio per la miglior canzone originale è stato infatti assegnato a ‘Ti’, brano scritto e interpretato da Krano, nome d’arte di Marco Spigariol. La colonna sonora del film, va detto, è stata pubblicata dalla Maple Death Records, etichetta di Jonathan Clancy. Costui, ormai da più di un decennio, è parte integrante della scena musicale cittadina, un tassello che lega la riuscita di un’opera cinematografica alle trame sotterranee del circuito indipendente. Non è un dettaglio secondario, perché racconta come certi riconoscimenti – quelli che poi finiscono sotto i riflettori dei David – viaggino spesso su binari paralleli rispetto ai grandi nomi dell’industria.

L’“invasione veneta” e lo sguardo di Piera Detassis

Piera Detassis, presidente dell’Accademia del Cinema Italiano, davanti a quella che non ha esitato a definire “invasione veneta” ha letteralmente spalancato gli occhi. Sul palco, quando Sossai è salito con tutta la sua squadra a ritirare il David per il miglior film, la scena è diventata corale, quasi travolgente. È stato il culmine emotivo di una serata che, per il Veneto e il Nord Est, rappresenta una specie di spartiacque. L’opera seconda del regista bellunese, candidata in sedici categorie, ne ha portate a casa otto. Un risultato che, al di là dei numeri, parla di un cinema radicato nei territori, lontano dai salotti romani, eppure capace di imporsi con una forza narrativa inaspettata.

Sossai il giorno dopo: telefonate, treni e la felicità scherzosa di chi vive fuori

Il giorno dopo il trionfo, Francesco Sossai è “felicissimo”, ma c’è del resto anche una punta di scherzosa delusione. Lui stesso racconta, tra una telefonata e l’altra, che Roma offre pochi luoghi dove brindare fino a tardi: «Non è che a Roma ci siano tanti posti dove si può andare a brindare quando è tardi... la verità è che adesso per farlo bene devo prendere il treno e festeggiare su in zona mia». Un’uscita che sembra quasi una dichiarazione di poetica. Il suo cinema, ha ribadito più volte, ruota intorno alle origini, alla provincia intesa non come limite ma come cantiere aperto. E mentre la macchina dei complimenti e dei messaggi continua a girare, c’è anche la notizia – non secondaria – che il film è stato prodotto da Mart… (il nome completo non viene riportato, ma poco importa). Quel che conta è l’immagine di un regista che, dopo aver vinto tutto ciò che si poteva vincere, pensa ancora al treno per tornare a casa, lì dove i bar diventano rifugi antiatomici.

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