Le città di pianura e il ribaltone ai David di Donatello: otto premi al piccolo film contro ogni pronostico
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nella notte dei David di Donatello, quella che doveva essere la consacrazione annunciata di un gigante, Paolo Sorrentino con “La Grazia” e le sue quattordici candidature, si è trasformata in un clamoroso e inaspettato cantiere di sorprese. A spazzare via ogni pronostico, portando a casa otto statuette su sedici nomination, è stato “Le città di pianura”, opera prima – o quasi – di Francesco Sossai. Un film che, occorre dirlo subito, racconta l’Italia dei perdenti, quelle esistenze di provincia che non fanno notizia e che raramente trovano spazio sotto i riflettori. Eppure, è proprio da quel silenzio, da quella periferia esistenziale, che è arrivata la scossa capace di mandare a mani vuote il regista de “La grande bellezza”, il quale si è visto superare in ogni categoria chiave, dal miglior film alla miglior regia, senza portare a casa nemmeno una delle quattordici statuette per cui era in lizza.
Il trionfo degli outsider: distribuzione indipendente e il passaparola come arma
Ciò che rende la vittoria di Sossai ancora più folgorante, se possibile, è il percorso del film stesso, un cammino accidentato che sa di ribellione silenziosa. Uscito nelle sale a ottobre, “Le città di pianura” è stato distribuito da una casa indipendente, senza il fragore della grande pubblicità né le campagne marketing dei colossi del settore. Ha costruito il proprio seguito di 270 mila spettatori lentamente, quasi bicchiere dopo bicchiere, affidandosi esclusivamente al passaparola di chi, dopo averlo visto, sentiva il bisogno di raccontarlo a un altro. Una strategia involontaria, fatta di resistenza più che di promozione, che ha premiato la sostanza sopra la forma. Il risultato? Un fenomeno da riequilibrio perfetto: mentre i grandi titoli faticavano a riempire le sale, questo piccolo film sulla marginalità scavava il suo solco, fino a diventare, come si legge oggi, il “film fenomeno dell’anno”.
La rivincita di Bologna e il ruolo di Maple Death Records
C’è però un altro capitolo di questa storia, che profuma di indipendenza ancor più radicale, ed è legato a doppio filo con Bologna. Il trionfo ai David, lo si scopre scavando tra i ringraziamenti e le interviste di Rai Cinema Channel, è anche la vittoria di una piccola etichetta discografica, Maple Death Records, che ha curato la colonna sonora del film. Una realtà di nicchia, bolognese, che ha saputo vedere l’anima giusta per accompagnare le immagini di Sossai. È proprio da questo humus che è emerso Krano, l’artista veneto autore del brano “Ti”, il quale si è aggiudicato il David per la migliore canzone originale. Un risultato, questo, che sottolinea come il film abbia vinto non solo sul piano narrativo o visivo, ma anche su quello musicale, valorizzando un ecosistema creativo lontano dai grandi circuiti. “Cerchiamo musica con una storia da raccontare”, spiegano dall’etichetta, e quella storia, evidentemente, era la compagna perfetta per i perdenti di Sossai.
Il ritorno in sala dopo l’onda lunga degli Oscar italiani
Forti di questo plebiscito – otto David, tra cui quelli per il miglior film e la miglior regia – la produzione ha deciso di riportare “Le città di pianura” nelle sale cinematografiche nel prossimo weekend. Una mossa quasi obbligata, visto l’effetto traino che una valanga di premi (così vengono definiti dai media specializzati) esercita inevitabilmente sul pubblico ancora restio o semplicemente curioso di capire cosa abbia spinto l’Accademia a preferire Sossai a Sorrentino. Per chi non l’avesse ancora visto, si tratta di un’occasione unica per osservare da vicino quella che molti critici definiscono già un’anomalia produttiva: un film che parla di sconfitti e che, paradossalmente, ha vinto tutto, dimostrando che il favore del pubblico non sempre segue le leggi del marketing. Melania Fiata, nel suo pezzo su questo stesso fenomeno, lo riassume con una domanda retorica: ecco dove vederlo e perché non potete perderlo. E in effetti, dopo una notte come quella dei David 2026, sottrarsi a questa visione sembrerebbe quasi un atto di dispetto verso una delle storie più autentiche che il cinema italiano recente abbia saputo regalare.




