Lavoro, l’Italia è penultima in Europa per occupati under 30: i numeri di un divario che il decreto Primo Maggio prova a sanare
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Redazione Economia
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Pende come una scure silenziosa, sulla testa di una generazione che ha smesso di stupirsi, il dato spietato restituito da Eurostat per il 2025. Mentre nell’Unione europea il tasso di occupazione per la fascia d’età tra i 20 e i 29 anni ha raggiunto una media del 65,6% in decisa crescita rispetto al decennio precedente, l’Italia resta inchiodata al fondo della classifica. Con un misero 47,6%, un valore che arretra ulteriormente – lo scenario è noto – se paragonato ai picchi di Paesi come i Paesi Bassi (84,0%) o Malta (82,1%), il Belpaese si posiziona al penultimo posto nel continente. Davanti a noi, solo la Bosnia.
Questa fotografia, scattata dall’istituto statistico europeo e ripresa dalle agenzie di stampa alla vigilia del primo maggio, disegna una realtà frammentata che il governo ha deciso di affrontare con un pacchetto di misure ad hoc. Dentro la manovra ribattezzata “decreto Primo Maggio”, in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, trovano spazio alcuni interventi strutturali che fanno tremare i polsi delle imprese e sperare i sindacati. Si tratta di un tentativo, per quanto a bilancio vincolato, di invertire una rotta che penalizza i trentenni e i ventenni, trasformandoli in una risorsa scarsa nel mercato del lavoro nostrano.
Bonus under 35 e sgravi al Sud, il pacchetto del governo per alzare il tasso occupazionale
Il cuore del provvedimento, secondo quanto trapela dalle bozze circolate negli uffici romani, è la stabilizzazione del bonus assunzioni per gli under 35. Non più una proroga a singhiozzo, come accaduto in passato, ma una misura volta a rendere permanente lo sgravio contributivo per quelle aziende, si legge nelle indiscrezioni, che decidono di scommettere su contratti a tempo indeterminato. L’agevolazione, che attualmente prevede uno sgravio totale in caso di incremento occupazionale netto, è particolarmente sa per le sedi produttive localizzate nel Mezzogiorno, dove il massimale mensile tocca quota 650 euro.
Parallelamente, il decreto sembra intenzionato a rafforzare il fronte dell’occupazione femminile e a regolamentare il mondo grigio dei rider e dei lavoratori delle piattaforme digitali. Una delle novità più discusse, che mira a colpire il cosiddetto “caporalato digitale”, è l’obbligo di accesso alle app attraverso l’identità digitale Spid. Un tentativo, questo, di mettere fine alla giungla dei falsi contratti e dei lavoratori fantasma che popolano le consegne a domicilio; anche se, come fanno notare gli osservatori, il nodo delle tariffe base orarie rimane ancora sul tavolo, in attesa di trovare una quadratura economica.
Dalle culle vuote al paradosso calabrese, crescita e fuga coesistono
Se il quadro nazionale è desolante, quello regionale mostra crepe ancora più profonde, come emerge dal caso esemplare della Calabria. La regione più meridionale della penisola vive una sorta di paradosso socioeconomico: da un lato, i numeri di Confartigianato evidenziano un significativo +3,8% di occupati totali e un calo vertiginoso della disoccupazione, scesa al 10,2% con una performance tra le migliori d’Italia. Dall’altro lato, però, i giovani continuano a scappare. Il tasso di occupazione locale si ferma al 46,4%, un valore che la relega all’ultimo posto nella classifica nazionale.
Si tratta, insomma, di una linea che arretra sulle mappe del futuro. Non è più solo una questione di culle vuote o di paesi che invecchiano; il fenomeno tocca il cuore produttivo della regione. Il lavoro migliora, ma non trattiene quei talenti che, una volta formati, preferiscono misurarsi con i mercati del Centro-Nord o dell’estero. Un fenomeno demografico che rischia di vanificare sul nascere gli sforzi fatti per ridurre i disallineamenti formativi.
Due milioni di imprenditori under 30 in Ue, l’Italia arranca a metà classifica
Sul fronte dell’imprenditoria giovanile, analizzando gli stessi dossier Eurostat, l’Italia registra una posizione altalenante. Nell’Unione europea si contano circa 2,06 milioni di lavoratori autonomi con meno di trent’anni, una lobby silenziosa che rappresenta quasi l’8% del totale. Da questo punto di vista, la percentuale italiana si allinea grossomodo alla media europea, piazzandosi al quindicesimo posto nella graduatoria continentale.
Il dato, sebbene meno drammatico di quello sull’occupazione dipendente, racconta comunque di una difficoltà strutturale nel fare impresa nella Penisola. Se in Slovacchia o Malta il fenomeno degli startupper giovanissimi tocca punte del 12%, qui il rischio di rimanere impigliati nelle maglie della burocrazia e del credito è sempre dietro l’angolo. E mentre si moltiplicano gli annunci per il lancio di un “reddito di merito” in alcune aree sperimentali per arginare la fuga dei cervelli, l’attesa per il testo definitivo del decreto resta altissima.
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