L’enigma della guerra in Iran tra interessi di lobby e strategie incompiute

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La parabola militare che da settimane tiene in scacco lo scacchiere mediorientale, con gli Stati Uniti e Israele impegnati in una campagna senza precedenti contro l’Iran, rivela una verità scomoda per l’amministrazione Trump: l’apparato di guerra più costoso e tecnologicamente avanzato del pianeta stenta a tradurre la potenza di fuoco in una vittoria politica. Gli Stati Uniti, prima potenza militare in termini assoluti, e Israele, lo Stato più militarizzato in rapporto alla popolazione, si trovano a condividere un paradosso. Nonostante la decapitazione sistematica della leadership di Teheran – un’operazione portata avanti con una precisione chirurgica che nei fatti ha eliminato gran parte della catena di comando – il tanto atteso collasso del regime non solo non si è verificato, ma ha generato l’effetto diametralmente opposto, spingendo la Repubblica Islamica verso una compattezza dettata dalla necessità di sopravvivenza.

A complicare ulteriormente il quadro, emerge con chiarezza la dicotomia che attraversa la Casa Bianca. Da un lato, la retorica elettorale che aveva promesso l’uscita dai conflitti eterni, il cosiddetto “no war” venduto a un’America provata dal debito pubblico e da un’economia percepita come elitaria; dall’altro, la pressione costante di quelle lobby e di quei falchi della sicurezza nazionale che vedono in questa amministrazione lo strumento per completare una “seconda rivoluzione americana”. È in questo solco che si inserisce il paradosso della guerra in Iran: ventilata da molti presidenti in passato ma sempre evitata come la peste, è esplosa proprio sotto il mandato di un presidente che, nelle intenzioni originarie dei suoi elettori, avrebbe dovuto tenere gli Stati Uniti lontani da nuovi pantani. Invece, il conflitto si sta rivelando un affare di prim’ordine per l’industria militare e per quelle élite che oggi determinano le priorità strategiche, lasciando intravedere un disallineamento profondo tra le promesse fatte ai ceti medi americani e le operazioni effettive sul terreno.

L’incapacità di dichiarare vittoria e l’illusione dello stretto di Hormuz

A distanza di settimane dall’inizio delle operazioni, l’elemento che più colpisce è l’imbarazzo strategico mostrato da entrambi gli alleati. Nessuno dei due, infatti, riesce a dichiarare con credibilità il raggiungimento degli obiettivi prefissati. La situazione nello stretto di Hormuz, nodo nevralgico per i flussi energetici globali, è diventata emblematica di questo fallimento. L’obiettivo dichiarato di riprendere il controllo dei flussi petroliferi della regione si sta trasformando in un boomerang per l’amministrazione, con le dinamiche sul campo che sfuggono a qualsiasi piano prestabilito. Ci si avvicina così a un momento di decisione cruciale per Trump: assumersi il rischio di un’intensificazione dell’intervento, con tutte le conseguenze internazionali che ne deriverebbero, o cercare una via d’uscita che eviti di approfondire le crepe già visibili nell’architettura di sicurezza globale. Il termine “pantano”, che la retorica presidenziale aveva sempre associato ai conflitti ereditati dalle amministrazioni precedenti, rischia oggi di essere restituito al mittente.

La distorsione della narrazione sulla società iraniana

Un altro aspetto, spesso trascurato nel dibattito acceso tra i due leader bellicisti – lontano dalla cultura trumpiana così come dalla miopia di certa Europa – riguarda la natura profonda e complessa della società iraniana. È innegabile che all’interno del Paese esistano nuove generazioni e strati sociali che hanno manifestato, anche con protesta, il proprio dissenso verso la repressione e le disuguaglianze imposte dal regime. Tuttavia, ridurre l’intero popolo iraniano a un fronte omogeneo desideroso di abbattere la teocrazia rappresenta una distorsione narrativa pericolosa. Questa semplificazione, spesso strumentale a chi spinge per un’escalation, ignora le radici storiche, le complesse dinamiche di legittimità interna e quella resilienza che, paradossalmente, i bombardamenti e le decapitazioni istituzionali tendono a rafforzare. Soffiare su un sentimento anti-occidentale, in questo contesto, rischia di saldare le fratture interne anziché allargarle, trasformando una campagna pensata per la destabilizzazione in un catalizzatore di unità nazionale.

La guerra come affare e il peso delle promesse tradite

Non si può infine ignorare che questa guerra, per certi versi, rappresenta l’epifania di un modello di potere in cui gli interessi delle lobby belliciste e dei falchi Usa prevalgono sulla coesione occidentale e sulle stesse promesse fatte agli elettori. L’amministrazione, nata anche con il mandato implicito di smantellare l’establishment “woke” e liberal dall’interno, si trova oggi a gestire un conflitto che arricchisce quell’industria militare che molti suoi sostenitori avrebbero voluto ridimensionare. La missione, descritta dai suoi promotori quasi come una “missione celeste” di rifondazione identitaria, rischia così di trascinare in una spirale di instabilità non solo il Medio Oriente, ma l’intero sistema di alleanze occidentale. I nodi stanno venendo al pettine per una strategia che, pur di mantenere salda l’egemonia e soddisfare gli appetiti dei finanziatori, ha sacrificato la prudenza geopolitica sull’altare della rapidità militare, ritrovandosi ora impantanata in una realtà dove la vittoria è difficile da dichiarare e l’uscita è ancora più complicata da negoziare.

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