Giorgia Meloni ospite da Fedez, la premier in podcast parla del referendum e della crisi in Medio Oriente

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sarà online giovedì 19 marzo, a poche ore dall’apertura dei seggi per il referendum sulla giustizia, la puntata di Pulp Podcast che vede come ospite la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. L’annuncio, arrivato tramite i canali social del rapper Fedez e di Mr. Marra, mette fine a settimane di indiscrezioni e conferma un’intervista registrata in via eccezionale nella sede romana del programma, lontano dagli studi milanesi abituali. La scelta del luogo, così come quella del momento, non è ovviamente casuale e si inserisce in una strategia comunicativa pensata per raggiungere un pubblico giovane e spesso distante dai tradizionali canali dell’informazione politica. La conversazione, della quale sono stati diffusi solo brevi estratti, tocca nodi centrali dell’attualità: la riforma della giustizia su cui gli italiani sono chiamati a votare, le complesse dinamiche del conflitto in Medio Oriente e, su un piano più ampio, il rapporto di dipendenza e alleanza che lega l’Europa agli Stati Uniti, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca che ridefinisce gli equilibri internazionali.

Nel corso del dialogo con i due conduttori, Meloni ha cercato di spostare il baricentro della campagna referendaria dal piano del giudizio sul suo esecutivo a quello, più tecnico, dei contenuti della riforma. “Non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia”, avrebbe ripetuto, quasi come un mantra, per provare a smarcare la consultazione dalla contrapposizione politica quotidiana. Il ragionamento della presidente del Consiglio, così come riportato nelle anticipazioni, si è sviluppato attorno all’idea che persino chi non si riconosce nella sua maggioranza dovrebbe valutare nel merito i cambiamenti proposti, quelli che mirano a modificare l’assetto dell’ordinamento giudiziario. Dall’altra parte, secondo la premier, il fronte del ‘No’ starebbe strumentalizzando il voto, trasformandolo in un plebiscito contro il governo proprio per l’incapacità di contrastare la riforma sul piano squisitamente tecnico, una difficoltà oggettiva che emergerebbe dall’analisi puntuale dei singoli punti del provvedimento.

La dimensione internazionale ha occupato una parte sostanziale della chiacchierata, con domande precise sulla posizione italiana riguardo agli ultimi sviluppi in Medio Oriente e, più specificamente, all’attacco contro l’Iran. Meloni ha voluto ribadire la linea della non partecipazione italiana a qualsiasi azione offensiva, sottolineando come il lavoro del suo governo sia invece concentrato nel tentativo di favorire un percorso di de-escalation. Una linea, questa, che si inserisce in una cornice più vasta, quella che la presidente del Consiglio ha descritto come una crisi profonda e strutturale del diritto internazionale: decisioni unilaterali prese da singoli stati e istituzioni sovranazionali, a partire dalle Nazioni Unite, che appaiono sempre più impotenti e svuotate del loro ruolo di garanti dell’ordine globale. È in questo scenario di fragilità diffusa che si inserisce la riflessione sul legame transatlantico.

E proprio il rapporto con Washington è stato uno dei passaggi più densi dell’intervista. Meloni avrebbe riconosciuto apertamente la storica influenza americana sulle scelte del Vecchio Continente, una dinamica che non sarebbe soltanto politica ma anche, e forse soprattutto, legata alla dipendenza in materia di sicurezza e difesa. Una dipendenza, ha spiegato, che ha un costo implicito: nessuno garantisce la protezione di un alleato in modo del tutto disinteressato. Da qui, la presidente del Consiglio ha lanciato un messaggio chiaro a chi, in Europa, contesta l’aumento delle spese militari comuni, evidenziando come l’autonomia strategica, nei campi della difesa come in quelli dell’energia e delle materie prime, sia una necessità emersa con prepotenza dopo gli shock degli ultimi anni. Per troppo tempo, ha argomentato, l’Europa ha accettato di delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti, la propria fornitura energetica alla Russia e le proprie materie prime alla Cina, una triplice dipendenza che l’ha resa vulnerabile.

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