Giorgia Meloni da Fedez, il podcast che scardina i salotti tv e fa infuriare l’opposizione

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La comunicazione politica italiana ha incassato una scossa destinata a lasciare il segno, anche se i riverberi di questa scossa, per il momento, si misurano più nel dibattito acceso tra addetti ai lavori che in un effettivo cambiamento delle regole del gioco. La scelta della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di sedersi nel salotto – per così dire – di “Pulp Podcast”, il format digitale condotto da Fedez e Mr. Marra, ha prodotto un cortocircuito mediatico che ha visto schierati da un lato chi esalta l’operazione come un atto di modernità e dall’altro chi la condanna come un azzardo populista, dimenticando forse che il mondo dell’informazione, ormai, è costretto a fare i conti con le piattaforme e con un pubblico che i tradizionali talk show faticano a intercettare.

L’operazione, in realtà, matura da tempo e affonda le radici in un’analisi precisa dei flussi comunicativi. Non si è trattato di un’iniziativa estemporanea: già a novembre, durante la registrazione di un’altra puntata, il social media manager di palazzo Chigi, Tommaso Longobardi, aveva raccolto l’invito di Fedez, valutando la possibilità di portare la premier in un contesto nuovo, lontano dalle consuete scenografie televisive. L’occasione è arrivata con la campagna referendaria sulla giustizia, un tema complesso che il governo intendeva portare davanti a un’audience tendenzialmente giovane e meno abituata al linguaggio della politica istituzionale, quella fascia di elettorato che si informa attraverso gli algoritmi di YouTube o Spotify piuttosto che attraverso la “preghiera mattutina” del giornale cartaceo. E mentre l’opposizione – in primis il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle – si lasciava sfuggire l’occasione declinando l’invito (con Elly Schlein che avrebbe risposto negativamente e Giuseppe Conte che non avrebbe nemmeno degnato di una risposta la mail di invito), Meloni ha colto la palla al balzo, presentandosi sul terreno di gioco avversario e scatenando l’irritazione di chi, come il senatore Stefano Patuanelli, ha commentato acidamente: «Invece che andare da Fedez poteva venire in Parlamento a parlare della guerra».

La puntata, registrata a Roma – dove i due conduttori si sono spostati per venire incontro agli impegni istituzionali della premier – ha visto Meloni occupare il centro della scena con una disinvoltura che ha sorpreso molti, trasformando quella che poteva essere un’intervista in un vero e proprio comizio. Le domande di Fedez e Marra, sebbene calibrate su temi scottanti come la separazione delle carriere e la politica estera, sono state spesso prive di quel mordente necessario a creare un vero contraddittorio; i conduttori, visibilmente emozionati (e forse un po’ spaesati) dalla presenza del capo del governo, si sono limitati a fare da megafono, concedendo alla premier ampi spazi per articolare il suo racconto politico senza obiezioni incalzanti. Ne è scaturito un confronto asimmetrico, in cui la solidità argomentativa di una professionista della politica ha finito per mettere in ombra i due intervistatori, ridotti a spettatori di lusso più che a veri interlocutori.

A decretare il successo (almeno in termini di visibilità) dell’operazione, però, non sono stati solo i contenuti, piuttosto scontati per chi segue il dibattito politico, ma la reazione a catena che ne è seguita. L’intervista ha scatenato un putiferio nel mondo dell’informazione tradizionale, con i vari talk show che hanno tentato di metabolizzare l’evento, spesso rivelando una certa inadeguatezza nel gestire un fenomeno che sfugge alle regole classiche. Emblematico il caso di Giovanni Floris, che ha chiesto a Fedez di poter utilizzare alcuni spezzoni del podcast per la sua trasmissione “DiMartedì”, salvo poi ritirarsi quando il rapper ha posto come condizione la presenza in studio del collega Mr. Marra per difendere l’onorabilità del lavoro svolto. Una scelta, quest’ultima, che ha messo in luce la difficoltà del sistema televisivo di accettare un confronto alla pari con i nuovi attori della comunicazione, preferendo spesso bollarli come fenomeni effimeri o “asserviti al potere”.

Il nodo dell’Agcom e la fine della par condicio tradizionale

La vicenda ha riacceso, con forza sorprendente, il dibattito sull’anacronismo delle attuali regole sulla par condicio, pensate in un’epoca in cui il panorama mediatico era dominato da poche reti televisive e oggi messe in crisi dalla proliferazione di canali digitali, podcast e social network. Mentre le opposizioni invocavano interventi dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) per denunciare un presunto squilibrio negli spazi concessi al governo, il mondo dei creator e dei consumatori under 40 sembrava muoversi su un piano completamente diverso, lontano dalle logiche della ripartizione forzosa dei minuti d’aria.

A rendere ancora più paradossale la situazione è stata la scoperta che, mentre il centrodestra cavalcava l’onda del podcast, nel campo opposto si registravano cortocircuiti altrettanto significativi. La notizia che il procuratore di Trani, Renato Nitti, avesse annullato la sua partecipazione a un evento per il No al referendum – evento in cui era prevista la presenza del presidente della Provincia, Bernardo Lodispoto, indagato proprio dalla procura di Trani – ha offerto uno spaccato ironico e rivelatore delle difficoltà etiche e comunicative in cui si dibatte anche chi fa campagna elettorale dalla parte delle toghe. Un episodio, questo, che stride con le accuse di “deriva illiberale” piovute sul governo e che conferma quanto il terreno dello scontro referendario sia minato da contraddizioni profonde, dove le posizioni ufficiali spesso si scontrano con conflitti di interesse e imbarazzi istituzionali.

La scommessa di Palazzo Chigi e il futuro dei media

Alle spalle di questa scelta comunicativa c’è la strategia di un ufficio stampa che ha saputo leggere in anticipo i segnali del cambiamento. Tommaso Longobardi, il giovane social media manager che segue Giorgia Meloni dal 2018, ha costruito in questi anni un rapporto di fiducia con la premier, spingendo per una presenza costante e autentica sulle piattaforme digitali, ben prima che l’intervista a “Pulp Podcast” diventasse virale. La sua idea, come ha dichiarato, non è quella di creare una comunicazione “separata” per i giovani, ma di utilizzare i nuovi linguaggi per raccontare la stessa personalità politica in modo più diretto, senza il filtro, spesso ingombrante, dell’intermediazione giornalistica classica.

Non si tratta, va detto, di un’invenzione italiana. Il confronto con gli Stati Uniti è d’obbligo: Barack Obama inaugurò la strada nel 2016 intervistato da Buzzfeed, e Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha portato questa strategia a livelli di sistema, collezionando milioni di ascolti su podcast come quello di Joe Rogan mentre gli avversari democratici continuavano a occupare i teatri della tradizione. In questo senso, l’operazione di Meloni rappresenta un allineamento con una tendenza globale, dove il potere esecutivo cerca di riconquistare un contatto diretto con l’elettorato bypassando le redazioni dei giornali e i salotti televisivi, sempre più percepiti come luoghi di una mediazione non più esclusiva.

Un’ora di intervista, un mare di polemiche

L’effetto più immediato della partecipazione della premier al podcast è stato quello di polarizzare ulteriormente il clima politico a ridosso del voto. Mentre alcuni analisti, come Alessandro Benetton, hanno parlato di una “scelta comunicativa coerente con i tempi” -1, nel centrosinistra è esplosa una rabbia difficile da contenere, alimentata anche dalla consapevolezza di aver sbagliato i tempi e i modi della propria contro-informazione. L’accusa rivolta a Meloni di voler “diventare una Ferragni” o di preferire lo storytelling patinato al confronto parlamentare è parsa a molti un tentativo maldestro di mascherare un’invidia di fondo per un’operazione che ha sottratto l’agenda ai media tradizionali.

I numeri, per il momento, danno ragione a chi ha scommesso sul digitale. Le visualizzazioni su YouTube hanno rapidamente superato le settecentomila, e la frammentazione dell’intervista in clip brevi e reel ha garantito una capillarità che nessun telegiornale potrebbe eguagliare. Resta da vedere se questa “rivoluzione a metà”, come qualcuno l’ha definita, riuscirà a incidere sul comportamento di voto o se rimarrà confinata nella sfera del dibattito mediatico. Di certo, l’episodio ha segnato uno spartiacque: per la prima volta, un capo del governo italiano ha trattato un podcast alla stregua di un’istituzione, legittimandolo come luogo di dibattito pubblico al pari di un’aula parlamentare o di uno studio televisivo. E se le opposizioni continuano a inveire contro l’Agcom, forse non hanno ancora capito che il campo di battaglia, ormai, è altrove.

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