Madame porta il “Disincanto” all’Area Verde di Capannori: il tour 2026 tra nuove canzoni e vecchie ruggini

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notte, quella vera, quella che sa di asfalto dopo la pioggia e di confessioni sussurrate all’alba, avrà un nuovo appuntamento segnato in rosso sul calendario. Madame, che con il suo terzo album “Disincanto” ha già dimostrato di saper trasformare le crepe dell’anima in melodie affilate, salirà sul palco dell’Area Verde di Capannori – lo spazio che si stende dietro il palazzo del Municipio – il prossimo 30 giugno, nell’ambito della rassegna “Ma la notte… sì!”. I biglietti, va detto, sono già disponibili sui circuiti Ticketone e Ticketmaster, a testimonianza di un’attesa che non è solo quella dei fan storici ma anche dei curiosi: quelli che vogliono capire se, dal vivo, la rabbia raffinata della cantautrice reggerà l’urto della resa sonora.

L’album della frattura necessaria

“Disincanto”, uscito per Sugar Music venerdì 17 aprile 2026, non è un disco che si accontenta di fare da sottofondo. Al contrario, il suo stesso titolo – lo ha spiegato l’artista – nasce da un’operazione quasi chirurgica: accettare che la complessità non si risolve, si abita. Le canzoni, in questa raccolta di brani, non offrono risposte facili né tantomeno consolatorie; piuttosto, restituiscono il dubbio come unica certezza, quel punto di rottura che ognuno – prima o poi, volente o nolente – si trova ad attraversare per arrivare a una consapevolezza autentica. Non tutto è bianco o nero, sembra ripetersi, e le domande contano spesso più delle risposte: un principio che Madame trasforma in archi, bassi elettrici e parole che graffiano senza mai chiedere scusa.

Il siluro a Shablo e il peso di “Mai più”

Ma l’opera, come spesso accade quando l’autore è lo stesso interprete, ha già generato un’onda d’urto ben oltre i confini della critica. Il brano che fa più rumore si intitola “Mai più”, e dietro una base essenziale – quasi spoglia – nasconde un regolamento di conti in piena regola. I fan del rap, quelli con le antenne sempre dritte, hanno subito colto i riferimenti: il bersaglio sarebbe Shablo, produttore con cui Madame ha collaborato in passato e con cui, evidentemente, il conto non è mai stato saldato. L’artista, dal canto suo, non ha usato giri di parole per definire la natura del pezzo: “Non è un dissing – ha dichiarato – ma la verità. Lo sanno tutti, io lo dico, mi piace mettermi nella me*rda”. Una frase che, nella sua brutalità trasparente, racconta forse più di qualsiasi intervista strutturata. C’è anche un patto, evocato quasi come un’ombra, con il “Diablo”: un’alleanza artistica o una metafora? Chi scrive non può saperlo, ma il fatto che il brano sia già oggetto di analisi minuziose nei forum e nelle playlist dice molto della sua forza di perforazione.

Uno sguardo diacronico sul mestiere

Chi recensisce il lavoro di Madame, in questi giorni, non può fare a meno di notare un contrasto generazionale che però non è mai banale. Alvise Salerno, firma che segue il settore da tre lustri – dal 2011, quando lui stesso, diciannovenne incantato dalla radio, si trovò davanti una telecamera per la prima volta – ha parlato di “Disincanto” come di uno specchio impietoso. La magia, scrive Salerno, è diminuita con il tempo, man mano che le cose si facevano serie e quel ragazzo diventava uomo: le rose e i fiori, oggi lo sa bene, si trovano solo nei prati e nei campi, non certo nei corridoi dell’industria discografica. Una notazione che potrebbe sembrare laterale, e invece calza a pennello per descrivere l’operazione di Madame: lei non canta l’incanto perduto, lo smonta con le sue stesse mani, brano dopo brano. Il tour estate 2026, con quella tappa di Capannori che si preannuncia già piena, sarà il banco di prova per capire se il pubblico è disposto a seguire l’artista in questo territorio minato – fatto di verità scomode, ruggini mai sopite e una maturità che non coincide con la pacificazione.

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