Attentato a Ranucci, il Riesame conferma gli arresti e l'aggravante del metodo mafioso
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Redazione Interno
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Il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato integralmente le misure cautelari nei confronti dei quattro indagati per l'attentato dinamitardo ai danni del giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, avvenuto lo scorso 16 ottobre a Pomezia.
La decisione, depositata nelle scorse ore, non solo mantiene in carcere Antonio Passariello, Saverio Mutone e Pellegrino D'Avino – con Marika De Filippi che resta invece agli arresti domiciliari – ma sancisce un principio ben più rilevante dal punto di vista giudiziario: quello della permanenza dell'aggravante del metodo mafioso a carico del gruppo, respingendo così le richieste di scarcerazione e di revisione delle ipotesi accusatorie avanzate dalle rispettive difese.
Le richieste delle difese e la risposta dei giudici
I legali dei quattro indagati, ritenuti dalla Procura di Roma gli esecutori materiali del piazzamento dell'ordigno davanti all'abitazione del conduttore Rai, avevano puntato con forza sull'annullamento della custodia cautelare e sulla revisione dell'ipotesi di reato concernente l'associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso.
L'istanza mirava a scardinare l'impianto accusatorio costruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia, nella speranza di ottenere una riduzione delle misure o quantomeno l'esclusione della qualifica di stampo mafioso, elemento che di fatto tiene il procedimento ancorato alla competenza della magistratura specializzata di Roma.
Il Tribunale del Riesame, tuttavia, non ha ritenuto fondate le eccezioni sollevate, confermando in toto il quadro indiziario che lega i quattro indagati non solo all'esecuzione materiale dell'attentato, ma anche a una struttura operativa che, secondo gli inquirenti, presenta i caratteri tipici della criminalità organizzata.
La presunta dinamica e i ruoli degli indagati
Secondo quanto ricostruito dalla Procura, l'azione criminosa – che aveva gettato nello sconcerto l'opinione pubblica per la gravità del gesto – sarebbe stata commissionata da Valter Lavitola, imprenditore e faccendiere attualmente indagato a piede libero, il quale avrebbe affidato l'incarico a un gruppo di persone residenti tra la provincia di Napoli e l'area dell'Avellinese, definita dagli investigatori come la "Banda".
A fare da tramite tra il presunto mandante e gli esecutori sarebbe stato Clesio Gomes Tavares, collaboratore di Lavitola e ritenuto l'intermediario dell'affare, il quale al momento risulta irreperibile perché fuggito in Camerun. L'operazione, che secondo le accuse sarebbe stata pagata con una somma compresa tra i 5.000 e i 10.000 euro, ha portato all'arresto dei quattro indagati lo scorso 30 giugno, con D'Avino e i suoi compagni che si trovano ora ristretti nel carcere romano di Rebibbia mentre la compagna di D'Avino, Marika De Filippi, ha ottenuto gli arresti domiciliari.
Le conseguenze giudiziarie del provvedimento
La conferma dell'aggravante del metodo mafioso rappresenta un punto di snodo cruciale per il proseguimento delle indagini e per la futura fase dibattimentale. L'ipotesi di strage e il contesto associativo di matrice mafiosa, avallati dal Riesame, impediscono che il procedimento venga trasferito al tribunale di Velletri, competente per territorio in via ordinaria, mantenendo il fascicolo saldamente nelle mani della Distrettuale Antimafia di Roma.
Questa impostazione, che aveva rappresentato il principale punto di attrito tra l'accusa e le difese, viene dunque consolidata dalla decisione dei giudici, i quali hanno ritenuto coerenti gli elementi raccolti dai carabinieri durante le indagini. Le posizioni dei quattro indagati restano per ora invariate, in attesa di eventuali ulteriori sviluppi che potrebbero emergere con l'avanzare dell'inchiesta, mentre l'interesse mediatico e giudiziario resta altissimo su una vicenda che ha visto come vittima uno dei volti più noti del giornalismo televisivo italiano.
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