Guerra in Iran e shock energetico, ecco quanto “pesano” gli idrocarburi sul sistema economico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La minaccia di una nuova crisi energetica, scatenata dalle tensioni in Iran e dal conseguente blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, ha rimesso in moto i meccanismi di allerta dei mercati globali. Tuttavia, a differenza degli shock del passato – si pensi alla crisi petrolifera degli anni Settanta o alle ripercussioni immediate dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 – l’economia italiana e quella europea mostrano oggi una capacità di tenuta strutturalmente diversa. È quanto emerge dall’analisi condotta dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (CPI), i cui dati, rilanciati nel corso dell’ultima riunione del G7, certificano una riduzione drastica del “peso” specifico degli idrocarburi sul sistema produttivo nazionale. Un dato, quest’ultimo, che modifica profondamente le modalità di trasmissione dello shock, riducendo i rischi di una destabilizzazione profonda del ciclo economico come quella vissuta in passato.

Non che l’allarme sia rientrato, beninteso. I ministri delle Finanze e dell’Energia dei sette Grandi, riuniti in via telematica, hanno messo nero su bianco la volontà di adottare “tutte le misure necessarie in stretto coordinamento con i partner” per preservare la sicurezza del mercato energetico. Una dichiarazione che fa da contraltare alla realtà dei fatti: il conflitto in corso, che coinvolge Stati Uniti e Israele da un lato e l’Iran dall’altro, ha innescato un’impennata dei prezzi del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL) difficilmente arginabile con i soli strumenti ordinari. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa un quinto del greggio mondiale – ha interrotto i flussi commerciali, accumulando barili nei paesi produttori come Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, i quali hanno dovuto drasticamente tagliare l’output a fronte di uno stoccaggio interno ormai prossimo alla saturazione.

Le risposte dei governi tra sussidi e timori di distorsioni

La reazione dei governi nazionali, nell’attesa di un coordinamento sovranazionale più incisivo, ha finora seguito percorsi paralleli ma analoghi. La Spagna, per esempio, ha ridotto l’IVA su carburanti ed elettricità per le economie domestiche; l’Italia ha tagliato le accise sulla benzina; la Corea del Sud ha imposto un tetto ai prezzi alla pompa; il Giappone, infine, sta incrementando la spesa per i sussidi destinati a contenere i rincari. Tuttavia, proprio queste misure, pur necessarie nell’immediato, rischiano di rivelarsi un’arma a doppio taglio. L’esperienza insegna – e lo ha ricordato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nel corso del vertice G7 – che gli interventi per contrastare i rincari indiscriminati devono essere “mirati, temporanei e basati su un approccio condiviso”, per non alterare i meccanismi di mercato e rischiare di procrastinare il problema invece di risolverlo.

La criticità è particolarmente evidente per le industrie energivore, che rappresentano circa il 20% della manifattura italiana e per le quali il costo dell’energia è tornato a essere un “problema critico”. A lanciare l’allarme è anche Federterziario, che parla apertamente di rischio di “desertificazione produttiva diffusa”, con impatti significativi su occupazione e investimenti, specialmente per quelle micro e piccole imprese che non hanno la capacità di trasferire i rincari sui prezzi finali. Le stime della Cgia di Mestre, del resto, quantificano in circa 15,2 miliardi di euro il peso aggiuntivo che la crisi in Medio Oriente potrebbe scaricare su famiglie e imprese italiane nel corso del 2026, di cui quasi 10 miliardi a carico del solo sistema produttivo.

Lo scenario macro visto da Bankitalia e Confindustria

La fotografia scattata dalle istituzioni italiane è quella di un’economia che, pur avendo ridotto la sua dipendenza dagli idrocarburi rispetto ai decenni scorsi, rimane esposta alle tempeste geopolitiche. Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha delineato un quadro in cui “lo scenario si è rapidamente deteriorato”, con le tensioni trasformatesi in un confronto militare di ampia portata che oggi coinvolge un’area cruciale per l’approvvigionamento globale di energia e materie prime. Panetta ha sottolineato come, anche in caso di una rapida cessazione delle ostilità, il ritorno a condizioni ordinate nel mercato energetico richiederebbe tempi non brevi, con effetti immediati sul fronte dell’inflazione e un conseguente indebolimento delle prospettive di crescita.

Confindustria, dal canto suo, ha elaborato scenari che evidenziano la vulnerabilità del sistema. Secondo il Rapporto di Previsione del Centro Studi, lo scenario di base per il 2026 – che già prevedeva una crescita debole – rischia di essere sovvertito dal prolungarsi del conflitto. In uno scenario intermedio, l’economia italiana entrerebbe in stagnazione, mentre nello scenario più avverso si profilerebbe una contrazione del Pil fino allo 0,7%. Un dato, quest’ultimo, che restituisce l’idea di quanto sia determinante la variabile “durata del conflitto” per l’evoluzione economica dei prossimi mesi.

Il difficile equilibrio tra politica monetaria e fiscale

La complessità del momento è accentuata dal fatto che la politica monetaria si trova nuovamente a fronteggiare uno shock negativo di offerta in un contesto di elevata incertezza. Panetta ha ricordato come, rispetto al 2022, la Bce sia oggi in una posizione forse più favorevole – con i tassi ufficiali allineati al livello stimato del tasso neutrale e le aspettative di inflazione ancorate – ma abbia comunque di fronte una sfida di non facile soluzione. Il rischio, già paventato dal presidente della Federal Reserve Jerome Powell, è che uno shock energetico possa spingere i prezzi verso l’alto frenando al contempo la crescita, creando un dilemma per i banchieri centrali: dare priorità alla lotta all’inflazione o proteggere l’economia, sapendo che gli strumenti per risolvere un problema rischiano di aggravare l’altro.

L’Italia, in questo frangente, chiede al G7 una “rapida, coordinata e proporzionata risposta politica”, esattamente come ribadito da Giorgetti, che ha invitato i partner a tenere ben presenti gli insegnamenti del biennio 2022. Il messaggio è chiaro: la stabilità macroeconomica non può essere lasciata in balia della sola volatilità dei mercati energetici, né può essere affidata a interventi tampone che rischiano di rivelarsi inefficaci o controproducenti nel medio periodo. Serve invece un approccio sistemico – come quello invocato dal G7 con il riferimento a “un’azione internazionale coordinata” – che sappia bilanciare l’urgenza del contenimento dei prezzi con la necessità di non compromettere gli investimenti nella transizione e l’autonomia strategica del continente.

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