La “primula rossa” della banda della Magliana torna in manette: spacciava crack durante i domiciliari a Santa Palomba
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Redazione Interno
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L’eco di quella stagione di piombo e cemento armato, che molti davano per archiviata insieme ai rimpianti di una Roma clamorosamente violenta e spregiudicata, continua a risuonare nelle pieghe della cronaca giudiziaria; e stavolta a richiamarla è il nome di Fabiola Moretti, la settantenne soprannominata un tempo “la primula rossa” del sodalizio criminale capitolino, finita nuovamente in manette mentre, agli arresti domiciliari, cedeva dosi di crack a pochi passi dalla sua abitazione.
I carabinieri della stazione del Divino Amore, insospettiti ormai da tempo da un via vai sospetto di persone comuni e di alcuni soggetti già noti alle forze dell’ordine, hanno deciso di intervenire direttamente nella frazione di Santa Palomba, periferia sud della Capitale: un luogo che, come gli atti d’inchiesta hanno in più occasioni evidenziato, sembra aver conservato una sorta di impermeabilità alla legalità, quasi una zona grigia dove le vecchie abitudini della mala si mimetizzano tra palazzine popolari e aree industriali abbandonate.
Il blitz e lo scambio di droga davanti all’uscio di casa
L’operazione, scattata all’alba di mercoledì 3 giugno, ha colto la donna – che in passato era stata compagna prima di Danilo Abbruciati, detto “er Camaleonte”, e poi di Antonio Mancini, noto come “Accattone” – mentre consegnava un involucro contenente due dosi di crack a un acquirente di 54 anni, fermato poco dopo non lontano dallo stabile di via dei Papiri.
È stato proprio l’uomo, un italiano con precedenti specifici per stupefacenti, a confermare ai militari la provenienza della merce, avvalorando quei sospetti che avevano portato i carabinieri a tenere d’occhio l’appartamento di Santa Palomba, dove la Moretti stava già scontando una pena di sette anni e tre mesi agli arresti domiciliari.
Subito dopo il fermo, la perquisizione all’interno dell’abitazione ha permesso di rinvenire e sequestrare millesinquecentoquarantacinque euro in contanti – ritenuti a tutti gli effetti il provento dell’attività di spaccio – insieme a tutto il materiale necessario per il confezionamento delle dosi, tra bilancini di precisione e bustine in cellophane.
Nel corso della stessa operazione, i militari hanno anche denunciato la figlia della donna, Nefertari Mancini, trentunenne con precedenti specifici che si trovava anch’ella in regime di detenzione domiciliare nella medesima abitazione.
Dagli anni d’oro della mala all’ispirazione per “Romanzo Criminale”
A caratterizzare la figura della Moretti – oltre alla longevità della sua carriera criminale – è quel singolare intreccio tra realtà cronachistica e narrazione mediatica, esemplificato al meglio dal personaggio di Donatella, la “bionda” spregiudicata e feroce interpretata da Giovanna Di Rauso nella serie televisiva “Romanzo Criminale” diretta da Stefano Sollima.
Al di là delle indubbie differenze fisiche con l’attrice, la finzione ha seguito fedelmente le vicende personali di questa donna: la sua indomita devozione al crimine, il legame viscerale con i vertici della banda fin dagli esordi a Testaccio e la capacità di muoversi con la stessa disinvoltura tra il traffico di stupefacenti e le frequentazioni dei boss più sanguinari.
E se nella fiction Donatella rappresenta la declinazione femminile di una violenza senza scrupoli, nella realtà Fabiola Moretti ha attraversato da protagonista quella che fu l’epopea della Magliana, passando attraverso la morte violenta di Abbruciati – ucciso a Milano nell’aprile del 1982 – e la successiva relazione con Mancini, divenuto in seguito collaboratore di giustizia.
Ed è proprio in quella veste di “accusatrice” che negli anni Novanta, in particolare nel corso del processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, la donna rese dichiarazioni pesantissime nei confronti dell’allora senatore Claudio Vitalone, che la corte avrebbe poi assolto da ogni accusa ritenendole, in larga parte, testimonianze “de relato” provenienti dall’indiretta fonte di Danilo Abbruciati.
Il passato giudiziario e il presente di Santa Palomba
A distanza di decenni da quelle vicende giudiziarie che avevano tenuto banco nelle aule di piazzale Clodio e nelle cronache nazionali, la “primula rossa” non ha mai realmente abbandonato la propria vocazione, collezionando nel tempo una lunga scia di procedimenti prevalentemente legati al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti.
L’ultimo arresto significativo prima di quello di giugno risaliva al luglio del 2022, quando la Moretti venne coinvolta in una maxi-inchiesta condotta sempre dall’Arma, denominata “Fortino”, che documentò numerosi suoi viaggi tra Roma e Napoli per acquistare cocaina destinata allo smercio al dettaglio, in particolare nell’hinterland pometino.
Da quell’episodio scaturì un cumulo di pena superiore ai nove anni di reclusione; solo successivamente, a causa delle sue condizioni di salute, il Tribunale di Sorveglianza dispose la detenzione domiciliare, che però – come ieri l’ennesimo fermo ha tragicamente confermato – non ha rappresentato per lei un deterrente sufficiente a interrompere i traffici.
Al momento del controllo, i carabinieri hanno appurato che la donna continuava a gestire un’attività di spaccio strutturata, approfittando forse della conformazione del comprensorio di Santa Palomba: un agglomerato di circa quattrocento appartamenti immerso in un’area industriale, circondato da rovi e con un unico accesso, una conformazione che in passato – come evidenziato dal giudice per le indagini preliminari Roberto Ranazzi – aveva favorito il radicamento di gruppi criminali dediti a furti, estorsioni e traffico di droga.
Le reazioni in aula e le misure del tribunale
Condotta in caserma e poi tradotta dinanzi al giudice del tribunale di Roma, Fabiola Moretti ha respinto le accuse, limitandosi a dichiarare di non sentirsi bene e di non aver mai spacciato nei pressi della propria abitazione; un tentativo difensivo che non ha scalfito il solido quadro indiziario raccolto dai carabinieri della stazione del Divino Amore.
Il giudice, convalidando l’arresto nella mattinata di giovedì 4 giugno, ha disposto per la settantenne – come già accaduto in passato – nuovamente la misura cautelare degli arresti domiciliari, in attesa del processo direttissimo che dovrà stabilire l’entità definitiva della pena. La figlia, invece, è stata lasciata in stato di libertà ma denunciata per lo stesso reato, rimanendo anch’ella soggetta agli arresti domiciliari in via dei Papiri.
Resta ora da vedere come la magistratura valuterà la recidiva specifica e la particolare efferatezza del comportamento della Moretti, che ha di fatto trasformato la propria abitazione – con buona pace del Tribunale di Sorveglianza – in un punto di rifornimento stabile per il crack destinato alla periferia sud della Capitale.
Una storia, quella di questa ex compagna dei boss, che continua a intrecciare il mito criminale degli anni Ottanta con la cronaca di tutti i giorni, l’immaginario televisivo con la dura realtà delle periferie romane e dei suoi (ancora attivi) residuati bellici.




