Ubisoft, la protesta dei lavoratori di Assago e lo sciopero europeo contro l’addio allo smart working
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La cinquantina di sviluppatori, e con loro progettisti e tecnici, che si sono radunati all’alba di martedì davanti ai cancelli di via Bosco Rinnovato non hanno acceso i computer portatili; hanno invece alzato uno striscione. «Don’t play with our lives», non giocate con le nostre vite, è la frase che campeggia sul telo esposto dai centodieci dipendenti della filiale italiana di Ubisoft, e il verbo prescelto — quel giocare — suona come un richiamo amaro al core business dell’azienda che li impiega -2-4. La mobilitazione, proclamata per tre giorni consecutivi — 10, 11 e 12 febbraio —, è la risposta diretta a una disposizione arrivata dalla casa madre francese senza che, a dire dei rappresentanti sindacali, fosse stata anticipata da alcun preavviso o confronto: l’obbligo, per tutti e con effetto immediato, di ripresentarsi in sede cinque giorni su cinque, azzerando di fatto quel ricorso allo smart working che per molti di loro, assunti anche in altre regioni o addirittura fuori dal perimetro lombardo, rappresentava l’unica leva per rendere sostenibile il rapporto con l’impresa -1.
Non è soltanto una questione di comfort o di abitudine, quella che ha spinto i lavoratori di Assago a incrociare le braccia. Andrea Rosafalco, della Fiom di Milano, ha spiegato come il trasferimento coatto in una città che continua a detenere il primato italiano dei canoni d’affitto — e che già fatica ad assorbire le domande di chi un alloggio lo cerca da tempo — diventi per molti un ostacolo insormontabile -1. Di qui la previsione, niente affatto catastrofica, che una quota consistente del personale, di fronte alla prospettiva di dover sostenere costi di vita raddoppiati e sradicamenti familiari complessi, possa optare per le dimissioni: esito che, secondo il sindacato, finirebbe per erodere il patrimonio di competenze del sito milanese e metterne in discussione la stessa sopravvivenza -1. La partecipazione allo sciopero, del resto, è apparsa subito massiccia: la Fiom Cgil conferma una percentuale di adesioni non inferiore al novanta per cento dell’organico, un dato che suggerisce quanto il malessere sia diffuso e quanto la decisione unilaterale abbia rotto un equilibrio che, seppur precario, si era mantenuto negli anni -2.
Il caso di Assago, per quanto circoscritto nel numero di lavoratori coinvolti, non costituisce un episodio a sé stante. L’ondata di scioperi che sta attraversando le sedi europee del gruppo — Parigi, Bordeaux, Montpellier, Lione, Annecy — si alimenta delle medesime rivendicazioni e si inserisce in un clima di tensioni che la direzione francese ha contribuito a inasprire con una serie di scelte industriali comunicate, anche in quel caso, attraverso i canali stampa piuttosto che attraverso le consultazioni obbligatorie con i comitati aziendali -5-6. Il ventuno gennaio il presidente Yves Guillemot ha annunciato una riorganizzazione drastica: l’azzeramento del lavoro a distanza, la cancellazione di sei progetti in sviluppo — fra i quali il remake di Prince of Persia: Le sabbie del tempo, molto atteso dalla community —, il rinvio di altri sette titoli e un piano di riduzione dei costi fissi di duecento milioni di euro nell’arco di due anni, tutto ciò mentre il Titolo in Borsa segnava un tracollo storico superiore al trentaquattro per cento in una sola seduta -3-5. Alla riorganizzazione produttiva, che dal prossimo aprile accorperà gli studi per competenze in cinque cosiddette maisons de création, si accompagna un piano di uscite volontarie che interessa duecento dipendenti del quartier generale parigino, e il sospetto, espresso da più sigle sindacali, è che la stretta sul lavoro da remoto nasconda di fatto una strategia per spingere alle dimissioni senza corrispondere gli oneri di un licenziamento formale -7-8-10.
Lo spettro dei licenziamenti, del resto, ha già colpito alcune periferie del gruppo: negli ultimi mesi Ubisoft ha chiuso i battenti a San Francisco, a Osaka, a Leamington, a Stoccolma e ad Halifax, nel Canada atlantico, dove peraltro sarebbe dovuto nascere il primo studio nordamericano sindacalizzato -5-6. In questo quadro di contrazione, l’annullamento del lavoro agile — per anni praticato senza che ne venissero contestati i livelli di produttività — assume i contorni di una decisione percepita come punitiva o, nella migliore delle ipotesi, sorda rispetto alle trasformazioni del mercato del lavoro e alle aspettative di una forza lavoro giovane e altamente qualificata -3. Lo striscione di Assago, in quel senso, non è soltanto un simbolo locale: è la sintesi visiva di una frattura che attraversa l’intera compagine europea di Ubisoft e che, per la prima volta, ha indotto cinque organizzazioni sindacali francesi — STJV, Solidaires Informatique, CGT, CFE-CGC e Printemps Écologique — a coordinare una mobilitazione transnazionale, invitando tutti i colleghi del continente a deporre gli strumenti di lavoro negli stessi giorni e con le stesse piattaforme rivendicative -6-10.




