L’aviaria H9N2 arriva in Lombardia, ma la vera notizia è un’altra: come l’intelligenza artificiale sta cambiando la sorveglianza epidemiologica
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
Il primo caso umano di influenza aviaria A(H9N2) accertato in Europa, identificato in questi giorni in un paziente trentenne ricoverato all’ospedale San Gerardo di Monza, ha riacceso i riflettori su un tema che gli esperti, come l’infettivologo Matteo Bassetti, definiscono una “minaccia dietro l’angolo”. L’uomo, giunto a Milano Malpensa da un Paese africano, presentava sintomi influenzali che hanno subito attivato i protocolli standardizzati; gli esami hanno confermato la positività a un virus, quello H9N2, classificato a bassa patogenicità e, va sottolineato, senza alcuna evidenza di trasmissione interumana documentata. Il paziente, che presentava condizioni cliniche preesistenti, è stato tempestivamente isolato, e le autorità sanitarie – dal Ministero della Salute all’Istituto Superiore di Sanità (Iss), passando per la Regione Lombardia – hanno avviato il tracciamento dei contatti, risultati tutti negativi, confermando l’efficacia di una macchina organizzativa che, come sottolineato dal professor Fausto Baldanti del Centro regionale malattie infettive, ha funzionato “a tempo di record” grazie all’esperienza accumulata durante la pandemia Covid.
Il virus e il contesto: perché H9N2 è diverso dai ceppi più temuti
L’attenzione mediatica, comprensibilmente alta, rischia però di concentrarsi sul singolo episodio trascurando il vero elemento di novità, che non riguarda tanto la natura del virus in sé quanto la sofisticatezza degli strumenti con cui lo si è intercettato. Il sottotipo H9N2, come spiega l’Iss in un focus pubblicato dalla Rete One Health, è un virus influenzale che circola prevalentemente negli uccelli selvatici acquatici, i quali rappresentano il serbatoio naturale, trasmettendosi poi sporadicamente all’uomo attraverso il contatto diretto con animali infetti o ambienti contaminati. I casi umani documentati a livello globale dal 1998 ad oggi ammontano a meno di duecento, di cui solo due sono risultati mortali, a testimonianza di una virulenza che, per quanto monitorata con attenzione, non ha finora mostrato il potenziale pandemico associato ad altri ceppi come l’H5N1. Proprio per questo, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha valutato il rischio per la popolazione generale come “molto basso”, precisando che una soglia di rischio moderato potrebbe configurarsi solo per i lavoratori dei comparti agricoli direttamente esposti a focolai animali. La sorveglianza, in Italia, è capillare: da un lato il controllo veterinario è affidato al Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, dall’altro la sorveglianza umana è coordinata dall’Iss attraverso la rete RespiVirNet, che oggi monitora non solo i virus influenzali stagionali ma anche eventuali spillover di origine animale.
L’intelligenza artificiale entra in gioco nella prevenzione
Se l’individuazione del caso di Monza dimostra l’eccellenza di un sistema di allerta basato su una consolidata collaborazione tra ospedali (il San Gerardo, il Sacco di Milano e il San Matteo di Pavia), università e istituzioni, il dibattito scientifico sta facendo un passo ulteriore. A emergere con forza è il ruolo che l’intelligenza artificiale sta giocando nel ridisegnare le strategie di prevenzione. Studi recenti, come quelli condotti utilizzando modelli predittivi come AlphaFold 3 (lo strumento legato al Nobel per la Chimica 2024), hanno dimostrato che l’AI è in grado di analizzare le mutazioni dei virus aviari – come nel caso dell’H5N1 – con una precisione prima impensabile, identificando le modifiche genetiche che potrebbero facilitare il salto di specie. Questi modelli, processando enormi moli di dati epidemiologici e genetici, consentono di individuare “mutazioni intelligenti” con cui i patogeni tentano di eludere le difese immunitarie, offrendo ai ricercatori un vantaggio fondamentale: quello di non inseguire il virus, ma di anticiparlo.
L’Italia, in questo scenario, non è solo un osservatore passivo ma un attore attivo. Il sistema di sorveglianza integrata “One Health” – che collega il mondo della salute umana, animale e ambientale – rappresenta un modello virtuoso che guarda proprio all’utilizzo di questi nuovi strumenti. La capacità di sequenziare rapidamente l’intero genoma del virus isolato a Monza, operazione condotta dalla dottoressa Elena Pariani dell’Università di Milano e poi validata dal Centro regionale, ha permesso di escludere in poche ore mutazioni preoccupanti o legami epidemiologici con altri focolai. È questa la risposta concreta alle minacce biologiche: non il ricorso a generici stati d’allarme, ma la messa in campo di una tecnologia che rende i sistemi di sorveglianza non solo reattivi, ma capaci di intercettare e gestire l’anomalia statistica, come appunto un caso importato di H9N2, trasformandola in un dato gestito e non in un’emergenza incontrollata.
L’esperienza italiana e la gestione del caso importato
La vicenda lombarda ha avuto un epilogo rapido e sotto controllo proprio perché ha messo in moto una catena di competenze ormai rodata. Dopo la segnalazione iniziale, l’Ats Brianza ha rintracciato tutti i contatti del paziente, sottoponendoli a test che hanno dato esito negativo, scongiurando fin da subito lo scenario peggiore di una possibile catena di contagio locale. L’ECDC, informato tempestivamente dal Ministero della Salute, ha espresso apprezzamento per la rapidità dell’intervento e la completezza delle indagini, un riconoscimento che arriva in un momento storico in cui l’Europa tiene sotto osservazione l’evoluzione di diversi sottotipi influenzali. Va ricordato, in questo contesto, che l’attenzione resta alta anche sul fronte statunitense, dove la recente rielezione di Donald Trump non ha interrotto il monitoraggio dei focolai di H5N1 che hanno colpito allevamenti di bovini negli scorsi mesi, un evento inedito che ha alimentato la preoccupazione degli scienziati per la capacità del virus di adattarsi a nuovi mammiferi.
Non si tratta, dunque, di abbassare la guardia di fronte a un virus che continua a circolare tra gli uccelli selvatici e che, come dimostrano i 34 mutamenti genetici identificati in un recente parere scientifico congiunto tra ECDC ed EFSA, mantiene un potenziale evolutivo non trascurabile. Si tratta piuttosto di riconoscere che la risposta a queste minacce non risiede nella semplice attivazione di protocolli d’emergenza, ma nella costruzione di un’architettura tecnologica e scientifica permanente. E in questa architettura, l’Italia – con la sua rete di laboratori di riferimento, la capacità di sequenziamento genomico e l’integrazione dei dati – ha già investito risorse preziose, mostrando oggi, con la gestione del caso H9N2 di Monza, che il salto di qualità verso una sanità preventiva basata sull’intelligenza artificiale e sulla collaborazione internazionale non è più un obiettivo futuro, ma una realtà operativa del presente.




