Lo "Stabilicum" approda in Parlamento: il centrodestra deposita il testo sulla nuova legge elettorale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La maggioranza di governo ha compiuto un passo decisivo verso il cambiamento delle regole del voto, depositando ieri sera alla Camera e al Senato il testo della riforma elettorale, un provvedimento che i suoi stessi promotori hanno ribattezzato “Stabilicum” – sebbene le opposizioni, memori delle alterne vicende giudiziarie che hanno segnato le leggi del passato, non abbiano esitato a evocare lo spettro del vecchio Porcellum del 2005. L’intesa politica, raggiunta nella notte tra martedì e mercoledì al termine di una faticosa maratona negoziale tra gli sherpa delle quattro forze di coalizione – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati – è stata formalizzata nel corso della giornata di giovedì, ricevendo il via libera di massima dai leader. Il testo, che si compone di una quarantina di pagine, si propone di superare l’attuale impianto del Rosatellum per introdurre un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, una soluzione che, nelle intenzioni dichiarate di chi l’ha voluta, dovrebbe garantire quella stabilità di governo spesso messa a dura prova dalla frammentazione parlamentare.

I meccanismi del premio e il nodo delle preferenze

L’architettura del nuovo sistema, come emerge dalle bozze circolate e dalle dichiarazioni dei diretti interessati, prevede l’assegnazione di un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione che superi la soglia del 40% dei voti validi. Qualora nessuna lista o coalizione raggiunga tale percentuale, ma le prime due si attestino in una forchetta compresa tra il 35 e il 40%, scatterebbe un turno di ballottaggio – un’ipotesi definita “residuale” dagli stessi negoziatori – per determinare chi accederà al premio. Al di sotto di queste soglie, la distribuzione dei seggi tornerebbe a essere puramente proporzionale. Un punto, quest’ultimo, che introduce un elemento di complessità non trascurabile. Uno dei nodi più spinosi del negoziato, ovvero la reintroduzione delle preferenze, è stato momentaneamente sciolto con la loro esclusione dal testo base: la Lega ha mantenuto una posizione di netta chiusura su questo fronte, mentre Fratelli d’Italia – che pure le avrebbe volute – ha già fatto sapere di poter riproporre la questione tramite emendamenti durante l’iter parlamentare, lasciando aperta una crepa che potrebbe allargarsi nelle prossime settimane.

Le reazioni dell’opposizione e i timori di incostituzionalità

L’iniziativa della maggioranza ha scatenato immediate e dure reazioni nel campo delle opposizioni. Il Partito Democratico, per bocca della sua segretaria Elly Schlein, ha bollato la proposta come “inaccettabile”, accusando il governo di procedere unilateralmente su una materia fondamentale come la legge elettorale, senza alcun confronto con le forze di minoranza. Critiche altrettanto aspre sono arrivate da +Europa e da Azione, con quest’ultima che ha puntato il dito contro l’assenza delle preferenze, vista come una limitazione del potere di scelta degli elettori. Più sfumata, invece, la posizione del Movimento 5 Stelle. Sul piano tecnico-giuridico, il costituzionalista Gaetano Azzariti, intervistato in merito, ha espresso forti perplessità: a suo giudizio, la costruzione di un premio così ampio rischierebbe di porsi in contrasto con i principi espressi dalla Corte Costituzionale nella sentenza numero 1 del 2014, che, pur legittimando l’obiettivo della governabilità, aveva posto un limite invalicabile alla distorsione della rappresentanza, pena la declaratoria di incostituzionalità.

L’iter parlamentare e i prossimi passi

Il provvedimento, firmato dai presidenti dei gruppi parlamentari e dai capigruppo nelle commissioni Affari Costituzionali, prenderà ora il via nel suo percorso di esame a Montecitorio, dove la commissione presieduta da Nazario Pagano (Forza Italia) sarà chiamata a esaminarlo nel dettaglio. La tabella di marcia che la maggioranza si è prefissata è ambiziosa: l’obiettivo dichiarato è quello di giungere a un primo via libera dell’Aula prima della pausa estiva, anche per blindare il provvedimento in vista dell’appuntamento referendario sulla giustizia. Il testo, che cancella i collegi uninominali in favore dei collegi plurinominali, introduce anche l’obbligo per le coalizioni di indicare nel proprio programma il nome del candidato alla presidenza del Consiglio – una concessione a Forza Italia, che ne ha preteso l’inserimento nel programma depositato al Viminale e non direttamente sulla scheda elettorale – e conferma la soglia di sbarramento al tre per cento. Giovanni Donzelli, capo dell’organizzazione di Fratelli d’Italia, ha già convocato una riunione dei gruppi parlamentari per il 3 e 4 marzo, al fine di illustrare nei dettagli la riforma, mentre la premier Meloni, pur assorbita dagli impegni istituzionali, segue da vicino l’evolversi della situazione. La strada, irta di ostacoli tecnici e politici, è comunque tracciata.

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