L’ottavo voto in cinque anni non spezza l’impasse bulgara, con l’ex presidente Radev in pole position tra scandali e fantasma del “gancio” russo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Bulgaria è tornata nuovamente alle urne, una liturgia civile che si ripete con una frequenza ormai quasi ossessiva, per eleggere i membri del proprio parlamento. Le urne, aperte questa mattina alle 7 locali (le 6 in Italia), rappresentano l’ennesimo tentativo – l’ottavo in appena cinque anni – di dare una fisionomia stabile a un esecutivo, una missione che Sofia insegue senza successo dal lontano 2021. La nazione balcanica, membro dell’Unione Europea ma anche il suo fanalino di coda dal punto di vista economico, si trova così a dover gestire l’ennesima tornata elettorale anticipata, mentre la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, inevitabilmente, tocca fondi sempre più bassi, complice anche una lunga scia di governi fragili e litigiosi collassati sotto il peso di rivalità intestine o di proteste di piazza.

Se l’instabilità politica è ormai una costante, ciò che rende questo appuntamento cruciale agli occhi dell’intero continente è il profilo del favorito. Secondo i sondaggi diffusi alla vigilia, la coalizione di centro-sinistra denominata "Bulgaria Progressista", guidata dall’ex presidente della Repubblica Rumen Radev, parte con un netto vantaggio sui rivali conservatori. Il 62enne, ex generale dell’aeronautica e pilota collaudatore (un “top gun” per usare la terminologia anglosassone), ha lasciato la carica presidenziale a gennaio scorso, a pochi mesi dalla scadenza naturale del suo secondo mandato, per tuffarsi nella mischia della politica attiva. La sua figura, carismatica per una parte dell’elettorato ma profondamente controversa per le cancellerie occidentali, incarna una doppia promessa: da un lato, la “lotta senza sosta allo stato mafioso”, una retorica dura contro l’onnipresente corruzione che da decenni mina il paese più povero dell’Unione; dall’altro, un netto riavvicinamento a Mosca.

Lo spettro di Mosca e la fine dell’era Orban

La vittoria in Ungheria dell’opposizione, che ha recentemente segnato la fine dell’egemonia di Viktor Orban, aveva per un attimo rasserenato gli animi a Bruxelles, ma la situazione balcanica riaccende immediatamente i timori per il “fianco Est”. Radev, che ha ricoperto la carica presidenziale per nove anni, non ha mai nascosto la sua posizione critica riguardo all’invio di aiuti militari a Kiev, arrivando a sostenere pubblicamente la necessità di ristabilire un dialogo “pratico” con la Russia, basato sul reciproco rispetto e su interessi economici concreti. Proprio questa sua apertura filo-moscovita, unita alla sua idea di un’Europa “culturalmente depersonalizzata”, preoccupa non poco gli osservatori, i quali temono che Sofia possa trasformarsi in un nuovo cavallo di Troia per il Cremlino all’interno dell’Unione. Non si tratta di un dettaglio di secondo piano, se si considera la posizione strategica della Bulgaria e la sua recente, sofferta, adozione dell’euro.

La campagna elettorale, come è facile immaginare, si è giocata su questi due binari paralleli ma strettamente collegati. Da una parte, la lotta alle oligarchie, che lo stesso Radev definisce una “piramide” che prosciuga sistematicamente la società controllando istituzioni e media -2; dall’altra, il riposizionamento geopolitico. L’ex presidente, che dopo il voto ha parlato di una “storica occasione per rompere con il modello oligarchico”, ha votato nella capitale chiedendo una “Bulgaria democratica, moderna ed europea”, senza però rinunciare a quella stretta di mano virtuale con il vicino orientale che tanto fa discutere.

L’incognita della governabilità e la piaga dello “stato mafioso”

Nonostante i sondaggi lo diano vincente, con percentuali che oscillano tra il 31% e il 38% delle preferenze (oltre dieci punti sopra il principale rivale, l’ex premier Boyko Borissov di Gerb), per Radev il percorso verso il governo non è affatto spianato. Il parlamento bulgaro, composto da 240 seggi, resta un’arena estremamente frammentata, dove nessuna forza politica sembra in grado di raggiungere la maggioranza assoluta da sola. L’ex generale, quindi, sarà costretto a cercare alleati in un panorama politico liquido, fatto di movimenti riformisti, liberali e forze di estrema destra, con il rischio concreto di ritrovarsi tra le mani un’altra compagine fragile, destinata a ripetere il copione dei suoi predecessori.

In questo contesto di profonda sfiducia, la promessa di Radev di “estirpare l’oligarchia” risuona forte nelle strade di Sofia, una capitale che negli ultimi mesi è stata teatro di imponenti proteste anticorruzione. Decine di migliaia di persone, soprattutto giovani, erano scese in piazza lo scorso dicembre chiedendo una magistratura indipendente e la fine di un sistema che, secondo Transparency International, continua a essere tra i più corrotti d’Europa. A complicare ulteriormente il quadro, le cronache raccontano di un malaffare diffuso che si intreccia perfino con le dinamiche del voto, come dimostrano le recenti operazioni della polizia che hanno portato a sequestri di valuta e all’arresto di centinaia di persone sospettate di compravendita di suffragi.

Tra povertà e traffici internazionali, il responso delle urne

La Bulgaria fatica a rialzare la testa non solo per le beghe politiche, ma anche a causa di una fragilità strutturale che la rende vulnerabile. È la nazione con il Pil pro capite più basso dell’intera Unione, e questa crisi endemica alimenta un terreno fertile per l’illegalità. Solo poche settimane fa, un’operazione coordinata da Europol, denominata “Tracia”, ha portato all’arresto in Bulgaria del presunto leader di una rete internazionale che trafficava armi “Frankenstein” (assemblate con parti improvvisate) in cambio di cannabis, dimostrando come i tentacoli del crimine organizzato attraversino trasversalmente la società balcanica. Un simile contesto sociale, dove la disillusione regna sovrana, rischia di essere ulteriormente destabilizzato da un’ennesima legislatura breve.

Le urne si chiuderanno alle 20 locali (le 19 in Italia), e i primi exit poll forniranno l’indicazione di massima su quella che potrebbe essere la nuova geografia politica. Tuttavia, come insegnano i sette precedenti fallimenti, il problema bulgaro non è mai stato solo quello di eleggere i parlamentari, ma di riuscire a farli governare. Radev, forte della sua popolarità personale, prova a incarnare la discontinuità, ma l’ombra della Russia e la cronica ingovernabilità minacciano di rendere questo ottavo scrutinio un semplice, ennesimo, capitolo di una crisi senza fine.

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