Bologna, notte di guerriglia per la partita Virtus-Maccabi Tel Aviv

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre Jannik Sinner, l'idolo del tennis italiano, si godeva una meritata pausa sul green, scatenando un'esultanza quasi infantile per l'inizio delle ferie, un'altra scena, ben diversa, si consumava nel centro di Bologna. La partita di basket tra la Virtus e il Maccabi Tel Aviv, un evento sportivo che ha finito per assumere pesanti connotati politici, è stata il detonatore di una serata di violenti scontri di piazza. Quella che molti manifestanti hanno etichettato come "la partita della vergogna", alla fine, si è regolarmente disputata dentro il PalaDozza, un'arena blindata e isolata da un imponente dispiegamento di sicurezza. Fuori, però, migliaia di persone hanno dato sfogo a un dissenso che, in una sua frangia più radicale, ha rapidamente cambiato volto, trasformando la protesta in una guerriglia urbana.

Razzi e bombe carta negli zaini

Il corteo, che come spesso accade radunava anime eterogenee, ha visto prevalere quella più aggressiva. Uno spezzone di manifestanti, giunto in zona con zaini carichi di razzi e bombe carta, ha ingaggiato per ore un estenuante corpo a corpo con le forze dell'ordine. Le strade attorno a via Marconi e via Indipendenza, cuore pulsante della città, sono diventate un campo di battaglia, con la polizia costretta a contenere ripetuti assalti e a respingere lanci di oggetti. Sebbene non si registrassero fermi tra i dimostranti, il bilancio operativo parlava chiaro: otto agenti erano rimasti feriti durante quei violenti scontri, a testimonianza di un livello di conflitto che ormai, in occasione delle manifestazioni pro-Palestina a Bologna, pare essere diventata una triste consuetudine.

La politica scende in campo

Il veleno, però, non si è esaurito con l'ultimo fumogeno spento. Dopo il gelo e i duri botta e risposta tra il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, in merito alla gestione dell'evento, è stato il centrodestra nazionale a scatenare un fuoco di fila di attacchi contro il primo cittadino. Pur senza rilasciare commenti diretti nella giornata successiva ai fatti, Lepore è stato additato come il "responsabile politico" di quelle violenze. Gli attacchi, che hanno trovato ampia eco anche sui social network con toni spesso accesi, si sono concentrati su un concetto ripetuto: "Le violenze? Sempre nelle stesse città", in un evidente riferimento a Bologna e alla sua amministrazione.

Le due anime della protesta

La narrazione degli scontri, che pure ha monopolizzato l'attenzione, rischia di offuscare la complessità di quanto accaduto. Accanto allo spezzone decisamente antagonista, che ha scelto lo scontro fisico come unica forma di dialogo, una folla molto più ampia ha semplicemente espresso, seppur con veemenza, la propria contrarietà alla presenza in campo di una squadra israeliana in un momento di così alto tensioni internazionali. Questa dicotomia, tra chi protesta per una causa e chi invece sembra cercare solo il conflitto con le istituzioni, rappresenta il nodo irrisolto di molte manifestazioni, un elemento che le forze dell'ordine sono chiamate a gestire nella sua totalità, distinguendo con difficoltà, nella mischia, le intenzioni dei singoli.

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