Israele continua le operazioni a Gaza nonostante la tregua, Onu: emergenza umanitaria
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Redazione Esteri
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A distanza di settimane dalla entrata in vigore del cessate-il-fuoco, mediato dagli Stati Uniti e basato sul cosiddetto Piano di Pace di Trump, la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza permane in uno stato di profonda crisi. Le organizzazioni internazionali, che pure avevano salutato l'intesa come un primo passo verso la de-escalation, devono ora constatare come le condizioni di vita per la stragrande maggioranza della popolazione siano rimaste drammatiche, se non addirittura peggiorate in alcuni ambiti fondamentali per la sopravvivenza. Centinaia di migliaia di persone, private delle proprie abitazioni dai bombardamenti, sono costrette a vivere all'aperto o in rifugi di fortuna, in accampamenti che diventano giorno dopo giorno più sovraffollati e precari, un quadro desolante che il portavoce del segretario generale dell'Onu, Farhan Haq, ha definito come una vera e propria emergenza durante l'incontro quotidiano con i media al Palazzo di Vetro.
La crisi alimentare e il ritorno a metodi di sopravvivenza primitivi
La guerra, che ha spento tutto, ha spento anche le cucine, creando una emergenza parallela che costringe gli sfollati a soluzioni disperate. A Khan Younis, per esempio, Mariam e Abu Bassem Awad, fuggiti dal campo di Al-Shati dopo i raid, hanno dovuto riscoprire metodi antichi per cuocere il pane, utilizzando forni d'argilla che vengono accesi con legna e, quando questa scarseggia, con rifiuti. La grave carenza di gas per cucinare, infatti, rende impossibile per moltissime famiglie preparare anche un pasto caldo, spingendone molte a dipendere dagli aiuti alimentari, che però sono del tutto insufficienti. Sebbene la tregua abbia rallentato i combattimenti, non ha infatti risolto la crisi logistica: secondo i dati più recenti, soltanto 145 camion di aiuti al giorno riescono ad accedere alla Striscia, una cifra che rappresenta appena il 24% di quanto sarebbe necessario per soddisfare i bisogni primari di una popolazione stremata.
Le operazioni militari e lo scambio di corpi
Nonostante gli accordi, le operazioni militari israeliane non si sono completamente fermate, con bombardamenti e demolizioni che proseguono in diverse aree del territorio. Questa continuità dell'azione militare, che viene denunciata da diverse fonti locali, si accompagna allo svolgimento degli scambi previsti dall'intesa. Funzionari ospedalieri di Gaza hanno riferito che i corpi di 15 palestinesi, restituiti da Israele, sono arrivati all'ospedale Nasser di Khan Younis. Questa restituzione, che segue quella del Corpo di un altro ostaggio israeliano da parte di Hamas, avviene in base ai termini negoziali che prevedono, appunto, la riconsegna delle spoglie di 15 palestinesi per ogni ostaggio israeliano. Una procedura che, se da un lato offre una parvenza di normalità diplomatica, dall'altro non basta a mascherare la persistenza delle violenze.
L'incertezza sul futuro e l'aggravarsi dell'emergenza abitativa
L'allarme lanciato dalle Nazioni Unite si concentra in particolare sulla emergenza abitativa, che sta assumendo contorni sempre più definiti e allarmanti. La distruzione di interi quartieri, unita alla impossibilità di avviare ricostruzioni a causa del blocco e della situazione di insicurezza, lascia poche alternative a chi ha perso tutto. Il fatto che un numero così elevato di persone sia costretto a dormire all'addiaccio o in strutture di fortuna, in un territorio dove le condizioni climatiche e igieniche sono già di per sé proibitive, fa presagire un ulteriore rapido deterioramento della salute pubblica. Molti di loro, che hanno già vissuto l'esperienza traumatica dei bombardamenti, si trovano ora a dover affrontare una lotta quotidiana per elementi basilari come il cibo, un riparo e l'acqua potabile, in un contesto dove gli aiuti internazionali faticano enormemente a raggiungere chi ne ha bisogno.




