Il giallo dell’adozione di Nicole Minetti e il puzzle dell’Inau tra deroghe e una famiglia scavalcata
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Redazione Interno
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Che l’iter adottivo che ha portato il bambino – affetto da una grave malformazione, quella stessa patologia che ha giocato un ruolo decisivo nella richiesta di clemenza poi concessa dal presidente Mattarella – tra le braccia di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani non fosse una semplice procedura di routine, lo si era capito fin dai primi riscontri documentali. La recente intervista rilasciata al Corriere della Sera dal presidente dell’Instituto Nacional del Niño y Adolescente del Uruguay (Inau), Pablo Abdala, prova a tracciare un perimetro di legalità, laddove sostiene che la scelta della coppia italo-argentina sia il risultato di «una valutazione regolare dopo un lungo iter», un percorso che avrebbe tenuto conto esclusivamente dell’interesse superiore del minore e non certo della solidità patrimoniale di Cipriani. Eppure, è proprio in questa apparente regolarità che si annidano gli ingranaggi più opachi della vicenda, quelli che ora l’Interpol, su sollecitazione della Procura generale di Milano, sta cercando di smontare pezzo per pezzo, verificando l’autenticità della sentenza sudamericana e l’esistenza di eventuali procedimenti penali a carico dell’ex consigliera regionale all’estero.
L’ombra della doppia valutazione e il ricorso vincente
Se l’attuale numero uno dell’Inau si dice tranquillo e rivendica il rispetto delle norme, la ricostruzione offerta dalla stampa locale, in particolare dal quotidiano *El Observador*, racconta una genesi molto più tormentata, costellata da pareri contrastanti che hanno rischiato di far deragliare l’intera operazione. A un certo punto, quando la candidatura dell’ex dentista di Arcore cominciò a farsi concreta, un muro sembrò frapporsi: il direttore della divisione Adozioni dell’epoca, Darío Moreira, aveva infatti espresso un parere decisamente negativo, ritenendo che la pregressa condanna di Minetti per induzione alla prostituzione – quella maturata nei ruggenti anni dei “bunga bunga” – costituisse un ostacolo insormontabile. Moreira, va ricordato, è stato recentemente spostato ad altro incarico, un dettaglio che non fa che alimentare la ridda di interrogativi sulla gestione interna dell’ente.
Tuttavia, il veto tecnico non ebbe la meglio. I legali della coppia, sfruttando un’evidente asimmetria normativa tra i due ordinamenti (laddove in Uruguay la prostituzione è un’attività regolamentata e dunque il reato contestato a Minetti perdeva, nella loro tesi, gran parte della sua rilevanza etica), presentarono un ricorso che spazzò via le obiezioni iniziali. A quel punto, la bilancia dell’Inau oscillò pericolosamente, finché non emerse l’esistenza di una denuncia – rivelatasi poi un vero e proprio "fantasma" nei fascicoli – a carico del capofamiglia dell’altra coppia concorrente, quella uruguaiana che da tempo accudiva il piccolo in regime di affido temporaneo e che sembrava avere tutte le credenziali per procedere con l’adozione.
L’esclusione della famiglia locale e la procedura d’eccezione
Mentre le carte dei coniugi italiani venivano riabilitate, l’altra famiglia – quella che aveva letteralmente accolto il bambino nella propria casa, condividendo con lui momenti cruciali della crescita – riceveva una doccia gelata. L’Inau le comunicò a voce, in una telefonica che sa di beffa, che la partita era chiusa: il minore era stato affidato a degli stranieri. Sullo sfondo, a giustificare la scelta a scapito della coppia locale, sembra aver giocato un ruolo decisivo un meccanismo normativo noto come "regime di eccezione", una clausola prevista dalla legge uruguaiana che consente di derogare all’ordine cronologico delle liste d’attesa quando il minore presenta disabilità o patologie particolarmente complesse. Una porta legale attraverso cui Minetti e Cipriani sono potuti passare, forte del legame ormai consolidato durante le visite domenicali nella loro tenuta di Maldonado, dove altri bambini dell’istituto venivano regolarmente portati dagli educatori per nuotare in piscina o giocare.
L’operazione a Boston e il polverone politico
Fu proprio la gravità delle condizioni di salute del piccolo – nato da una madre con problemi di dipendenza e senza una rete familiare di supporto – a giustificare, agli occhi dei giudici tutelari, non solo l’adozione lampo ma anche un delicatissimo viaggio negli Stati Uniti. Il bambino, ancora in fase di affidamento pre-adottivo ma ormai stabilmente inserito nel nucleo italiano, volò a Boston per un intervento chirurgico complesso alla colonna vertebrale, un’operazione che i legali di Minetti hanno sempre descritto come essenziale e che invece, secondo alcune voci raccolte dalla stampa, non risulterebbe registrata nei database di alcuni nosocomi italiani citati nella ricostruzione dell’iter di grazia. Se da un lato Abdala liquida la questão definendo il trasferimento negli Usa come un atto regolare, autorizzato dall’ente e dal giudice, dall’altro lato la Procura di Milano non si fida e ha già chiesto verifiche all’Interpol anche su questo fronte, cercando di fare chiarezza sugli effettivi spostamenti della coppia e sulla reale urgenza delle cure prestate.
Il silenzio dell’Interpol e la replica della diretta interessata
Nonostante il polverone mediatico che ha investito Roma e Montevideo, il presidente dell’Inau ha tenuto a precisare un dettaglio non secondario: l’Interpol non avrebbe ancora formalmente contattato l’ente uruguaiano. «So che è stata inviata una richiesta d’informazioni e naturalmente collaboreremo», ha dichiarato Abdala, marcando però una netta linea di demarcazione tra la bufera politica italiana e l’operato tecnico della propria istituzione. Una precisazione, quest’ultima, che giunge mentre la stessa Nicole Minetti rompe il silenzio attraverso una nota difensiva fiume: l’ex igienista dentale smentisce categoricamente l’esistenza di contenziosi con i genitori biologici (che dice di non aver mai nemmeno conosciuto) e ribadisce la correttezza del percorso, assicurando di non essere mai stata raggiunta da alcuna comunicazione di indagine, né in Uruguay né in Spagna. Un muro contro muro, insomma, dove agli atti ufficiali depositati per ottenere la grazia si contrappongono ora le zone d’ombra emerse dai racconti dell’altra coppia esclusa, le incongruenze nei registri di frontiera e il mistero su dove si trovi fisicamente la stessa Minetti, la cui voce riemerge dai media senza che si riesca a localizzarla con certezza tra Italia, Stati Uniti e Sudamerica.




