Levante e la scelta radicale: "Se vinco Sanremo, all'Eurovision non ci vado"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non ha ancora vinto, ma ha già tracciato un confine netto. In vista della sua partecipazione al Festival di Sanremo 2026, dove sarà in gara per la terza volta con il brano “Sei tu”, la cantante Levante ha dichiarato, senza lasciare spazio a interpretazioni, che rifiuterebbe di rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest in caso di vittoria sulla ribalta dell’Ariston. Una presa di posizione forte, che ha immediatamente sollevato un dibattito andando ben oltre la sfera della semplice programmazione artistica. “Non parteciperei all’Eurovision”, ha affermato la musicista, descrivendo la competizione europea come “una manifestazione molto più politicizzata di quanto si pensi”. Il suo rifiuto, motivato in modo esplicito, si lega alla presenza in gara di Israele, “un Paese che negli ultimi tempi ha creato drammi giganteschi e un genocidio in atto”, aggiungendo che, di fronte a questo, “non si può fare finta di niente”.

La reazione interna alla Rai: la proposta dei consiglieri

Le parole della cantante, che ha definito il suo nuovo lavoro come quello di un “allegro chirurgo delle emozioni” volto a raccontare i propri fallimenti, non sono rimaste senza eco all’interno della stessa Rai. Tre consiglieri di amministrazione, Alessandro di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale, hanno infatti rivolto un appunto pubblico, partendo proprio dalle dichiarazioni di Levante ma spostando il fuoco della questione. Nella loro nota, i tre hanno sottolineato come la protesta della cantante ponga un problema di coerenza rispetto ai valori che la musica dovrebbe incarnare. “La Palestina deve trovare ospitalità sul palco dell’Eurovision, se non si vogliono sfregiare i valori di inclusione e di fratellanza che la musica porta con sé”, hanno scritto, proponendo dunque una strada opposta al boicottaggio: l’allargamento dell’invito.

Un dibattito che precede la kermesse

La vicenda, che si è sviluppata a molti mesi di distanza dall’appuntamento con la kermesse di Vienna, ha il merito di accendere i riflettori sulle intricate relazioni tra arte, intrattenimento e geopolitica. Mentre Levante si prepara a salire sul palco di Sanremo con la serenità di chi ha scelto di non forzare la performance, dichiarando di volersi prendere il tempo per cantare “senza fare la ‘pazza’”, il suo gesto potenziale ha riaperto un confronto spinoso. La richiesta dei consiglieri Rai, che invoca un palcoscenico più inclusivo come risposta alle tensioni internazionali, delinea un approccio diametralmente opposto a quello del rifiuto, basato sull’idea di non escludere ma di aggiungere una voce.

Le implicazioni di una scelta artistica

La posizione assunta dalla musicista, che aveva quasi escluso un nuovo ritorno a Sanremo dichiarando in passato di non volerlo “mai più” rifare, trascende la sua personale vicenda canora per investire il ruolo dell’artista di fronte a conflitti di portata globale. Senza scomodare giudizi di merito, che restano estranei alla narrazione dei fatti, emerge la complessità di gestire manifestazioni di massa in un periodo storico segnato da profonde lacerazioni. La questione, sollevata in modo diretto, rimane ora sospesa, in attesa dell’esito della competizione canora italiana e delle sue inevitabili conseguenze sulla rappresentanza internazionale.

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