L’ultimatum di Teheran dopo le minacce di Trump sull’isola di Kharg. E Israele rivendica l’uccisione di Ali Larijani, perno del regime, in un raid sulla capitale
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Redazione Esteri
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Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran, in questa fase convulsa del conflitto che ormai da settimane tiene il Medio Oriente con il fiato sospeso, si è spostato sul terreno minato delle infrastrutture energetiche. Il presidente americano Donald Trump, dopo aver constatato il tiepido, se non freddo, sostegno degli alleati europei e non solo, ha minacciato un’azione diretta contro l’isola di Kharg, considerata il cuore pulsante delle esportazioni petrolifere iraniane. Le sue parole, un avvertimento esplicito sul fatto che “qualcosa dovrà pur succedere con quegli oleodotti”, hanno immediatamente innalzato la tensione, provocando una reazione dura e immediata da parte di Teheran. Il portavoce dello Stato Maggiore iraniano, Abolfazl Shekarchi, ha raccolto il guanto di sfida con una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni: qualunque attacco a Kharg, ha avvertito, non resterà senza conseguenze. La risposta, nelle sue parole, sarebbe stata sproporzionata e devastante, capace di ridurre in “cenere” non solo le installazioni nemiche, ma tutti gli impianti petroliferi e del gas presenti nel Paese dal quale l’aggressione fosse partita. Un monito chiaro, quest’ultimo, che sembra estendere l’ombra della rappresaglia a qualsiasi stato del Golfo che dovesse offrire basi o supporto logistico a un’operazione statunitense.
Nel frattempo, la macchina bellica israeliana non ha concesso tregua. Le Israel Defense Forces hanno annunciato di aver condotto un’ampia e coordinata ondata di attacchi, prendendo di mira simultaneamente quella che viene definita “infrastruttura del terrore” del regime iraniano a Teheran e, parallelamente, postazioni e depositi di Hezbollah a Beirut. I raid sulla capitale libanese, che hanno colpito diversi quartieri, si inseriscono in una strategia più ampia volta a decapitare i vertici e a degradare le capacità operative del Partito di Dio, storico alleato della Repubblica Islamica. L’elemento di maggior rilievo, tuttavia, è emerso nelle ore successive, quando fonti israeliane e il ministro della Difesa Israel Katz hanno rivendicato l’uccisione di Ali Larijani, considerato una delle figure più influenti e potenti dell’intero apparato statale iraniano. Secondo le ricostruzioni fornite da Tel Aviv, Larijani sarebbe stato colpito mentre si trovava in un bunker nella capitale, un’operazione che, se confermata, rappresenterebbe un colpo durissimo per il regime, già provato dalla morte della Guida Suprema Ali Khamenei.
La figura di Larijani e l’incertezza sulla sua morte
La rivendicazione israeliana getta però un’ombra di ambiguità, tipica di queste fasi convulse della guerra. Larijani, nato a Najaf nel 1958 e cresciuto all’ombra del potere clericale, era molto più di un semplice ministro: la sua lunga carriera, che lo ha visto ricoprire ruoli cruciali come capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, negoziatore sul nucleare e presidente del Parlamento, ne faceva il perno del sistema. La sua uccisione, in un raid mirato, lascerebbe un vuoto difficilmente colmabile, considerando anche che molti osservatori lo indicavano come il candidato principale a succedere di fatto a Khamenei. Eppure, nonostante la sicurezza mostrata da Katz e dagli altri vertici militari israeliani, da Teheran non è arrivata alcuna conferma ufficiale. Anzi, fonti vicine ai Pasdaran e alla stessa famiglia Larijani hanno diffuso una nota scritta a mano, attribuita ad Ali, in cui si commemoravano i marinai iraniani caduti in un altro episodio bellico. Un gesto che, se da un lato mira a smentire le voci, dall’altro non costituisce una prova inconfutabile della sua sopravvivenza, alimentando un alone di incertezza che rende ancora più tesa l’attesa per i prossimi sviluppi.
A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge l’annuncio, sempre da parte israeliana, della morte anche di Gholamreza Soleimani, il comandante dei Basij, il potente paramilitare fedele alla linea dei Guardiani della Rivoluzione. Le forze di difesa israeliane hanno parlato di un’operazione condotta sulla base di intelligence precisa, mirata a eliminare una pluralità di alti ufficiali. Il fatto che il nome di Larijani, insieme a quello di altri dieci comandanti, fosse finito proprio in queste ore in una lista di ricercati per cui gli Stati Uniti hanno offerto una ricompensa fino a dieci milioni di dollari, aggiunge un ulteriore tassello al mosaico di una campagna militare e psicologica senza precedenti. La sensazione è che si stia tentando di disarticolare dall’alto l’intera catena di comando iraniana, colpendo non solo le teste pensanti, ma anche i quadri intermedi che garantiscono il controllo sociale e la mobilitazione popolare.
Il fronte diplomatico e l’isolamento di Washington
Sul versante diplomatico, l’amministrazione Trump sta raccogliendo più rifiuti che consensi. La richiesta, avanzata nei giorni scorsi, di inviare navi da guerra per pattugliare e proteggere lo stretto di Hormuz, la via d’acqua cruciale per il trasporto del greggio, sta infatti naufragando di fronte all’opposizione di diversi alleati storici. L’Australia, per bocca della ministra dei trasporti Catherine King, è stata categorica: nessuna richiesta è stata ricevuta, ma anche qualora arrivasse, Canberra non intende partecipare a una missione navale. L’impegno australiano, ha spiegato, si limiterà a fornire velivoli per la difesa aerea, specialmente a tutela dei propri cittadini nell’area, ma senza un coinvolgimento diretto nel braccio di mare più conteso del pianeta.
A questa presa di posizione, che segue quella di altre nazioni europee, fa da contraltare la determinazione iraniana a mantenere chiuso il canale. La strategia di Teheran appare chiara: colpire gli interessi energetici dei nemici e dei loro alleati nella regione per aumentare la pressione economica globale, sperando di dividere il fronte avversario. Gli attacchi con droni che hanno recentemente preso di mira un terminal petrolifero a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, e la stessa infrastruttura petrolifera di Shah, rappresentano un’escalation sul campo che va ben oltre le parole. Sono fatti concreti, questi, che dimostrano come l’Iran sia in grado e intenzionato a estendere il conflitto a tutto il Golfo, mettendo a repentaglio le forniture globali. Le operazioni di carico a Fujairah, per quanto in via di ripresa, restano sotto la minaccia costante di nuove incursioni, e la comunità internazionale osserva impotente l’intrecciarsi di attacchi militari, ritorsioni incrociate e colpi di scena politici, in una regione che sembra essere tornata a essere una polveriera pronta a esplodere.




